
Ben ritrovati e ben ritrovate. A giugno, causa viaggio verso il Sol Levante, per forza di cose ho dovuto lasciare un po’ da parte il cinema (anche se ciò non mi ha impedito di vedere il film di Spielberg, di cui vi ho già parlato qui!). A parte Disclosure Day, dall’ultimo capitolo pubblicato sul blog ho guardato soltanto otto film, di cui cinque sullo schermo dei quattro aerei presi per raggiungere il Giappone e per tornare in Italia. Nello spazio di oggi vi parlerò soprattutto di questi, ma non prima di avervi riassunto brevemente gli altri tre, accorpati tutti insieme. Se invece vi interessano, le prime foto scattate durante il viaggio le ho già pubblicate sul mio profilo instagram professionale. Al di là di questo è davvero molto bello poter tornare qui a raccontarvi i film, a parlare di cinema, di vita e di tutto il resto. Ci siete ancora, vero? 🙂
Maburosi (1995) / Drive (2011) / Copycat (1995): Prima di partire, dopo l’abbuffata di film sul Giappone fatta a maggio, mi sono concesso il primo film di Kore’eda al cinema. Un dramma famigliare, sempre bellissimo, sempre emozionante. Interessante vedere come tutto il cinema del regista nipponico sia germogliato da questo seme iniziale, che racchiude in molti versi gran parte della sua filmografia. Molto bello (••••). Totalmente diverso è invece Drive di Refn, un cult che ho visto e rivisto più volte da quando è uscito e che continuo ad amare, per le sue atmosfere notturne (una delle Los Angeles più belle mai viste sullo schermo), per gli intrecci di una vicenda che non ti permette di staccare un istante (••••½). Non esattamente all’altezza è invece Copycat di Jon Amiel, con Sigourney Weaver e Holly Hunter alle prese con un serial killer che ama imitare i celebri assassini del passato imitandone il modus operandi, cambiando dunque metodo per ogni omicidio. Sarebbe anche interessante se non fosse stato scritto in maniera così sciatta. Tra l’altro è stato il mio centesimo film visto nel 2026: l’avessi saputo prima, avrei scelto qualcosa di meglio (••½).
Il Maestro (2025): Quando devo prendere un volo intercontinentale, la prima cosa che faccio appena mi siedo in aereo è consultare il catalogo dei film disponibili. Di solito mi concedo come primo film qualcosa che non ho visto, essendo ancora fresco, poi un rewatch di qualcosa che conosco e mi piace (così se mi abbiocco non è un grosso problema) e infine qualcosa di più commerciale, che non credo vedrei in altre occasioni, ma che possa farmi compagnia durante il lungo viaggio. Detto ciò, ad aprire le danze della mia personalissima rassegna cinematografica a bordo del primo volo Ethiad è stato il nuovo film di Andrea Di Stefano (già regista del bellissimo L’Ultima Notte di Amore). Favino è un ex campione di tennis che ora ha la panzetta e un passato decisamente sopra le righe. Per mantenersi occupato prova a rilanciarsi diventando il maestro di tennis di un ragazzo timido, schiacciato dalle aspettative del padre, che spera di avere in casa il futuro del tennis italiano. Un road movie tra campi di terra battuta, in cui sia il maestro che l’allievo potranno imparare qualcosa l’uno dall’altro (uno l’importanza di essere una persona affidabile, l’altro il sapore della libertà). Mi è piaciuto, mi sono divertito e, se ci fosse stato un finale un pizzico più potente, sarebbe potuto essere davvero una rivelazione. Di Stefano è bravo, regista da tenere d’occhio.
•••½
La Vita Segreta di Walter Mitty (2013): Uno dei film che hanno ispirato il mio libro La Strada Altrove, come vi racconto qui. Non lo vedevo da molti anni e sono stato felicissimo di ritrovarlo: Ben Stiller è un timido archivista di Life alle prese con l’ultima copertina del celebre magazine cartaceo, prima della dolorosa transizione al digitale. La foto l’ha scattata Sean Penn, in una sorta di parodia di Steve McCurry, ma viene incredibilmente perduta. Il timido Ben Stiller si lancia così all’inseguimento del fotografo per cercare di recuperare il negativo, in un giro del mondo che gli permetterà di varcare soprattutto i confini di se stesso. Colonna sonora pazzesca e finale meraviglioso, una commedia forse un po’ bistrattata e sottovalutata, che ancora oggi si mantiene fresca, interessante, piena di momenti degni di nota. E soprattutto, uno dei film che meglio riesce a trasmettere la potenza della fotografia e la sua capacità di riassumere in uno scatto un momento di eternità. Bellissimo.
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The Running Man (2025): Dopo lo scalo ad Abu Dhabi, mi aspettavano altre dieci ore di volo per raggiungere Tokyo. Tra l’inevitabile abbiocco e qualche riga di un libro, mi sono concesso l’ultimo film del volo d’andata, il remake di un cult anni 80 che vedeva Arnold Schwarzenegger nei panni del protagonista. Il punto di partenza è sempre l’omonimo romanzo di Stephen King, ma stavolta a prestare il volto al personaggio principale è Glen Powell che, a differenza del film di quarant’anni fa, non interpreta un galeotto in cerca di grazia, bensì un disoccupato disperato che ha bisogno di denaro per curare la figlia malata. Per riuscirci si iscrive a un celebre programma televisivo nel quale i concorrenti devono sfuggire a una squadra di cacciatori professionisti incaricati di eliminarli entro trenta giorni. Chi riesce a sopravvivere fino alla fine si porta a casa un premio tanto ricco quanto improbabile. Edgar Wright conosce il suo mestiere, questo è poco ma sicuro, e il manicheismo della vicenda riesce spesso a risultare anche divertente. Se solo il film non fosse così ingenuo in alcuni passaggi, avrebbe potuto aspirare a qualcosa di più di un semplice intrattenimento da volo intercontinentale. Detto questo, il film ha svolto il suo compito: mi ha fatto passare il tempo senza guardare l’orologio una sola volta e, dopo le sei ore del primo volo e altre due di scalo, non era affatto scontato.
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A Pale View of Hills (2025): Durante il viaggio di ritorno mi aveva incuriosito l’idea di vedere un film giapponese che non avevo mai sentito. Questo qui, diretto da Kei Ishikawa, era addirittura stato presentato a Cannes (sezione Un Certain Regard), quindi le premesse per un buon film c’erano tutte. La storia si svolge su due piani temporali diversi: a Hiroshima negli anni 50, in cui una donna incinta incontra un’altra donna, che vorrebbe lasciare il Giappone per assicurarsi un futuro negli Stati Uniti e l’Inghilterra degli anni 80, in cui una ragazza di origini giapponesi vorrebbe scrivere un libro sul passato di sua madre (la donna incinta di cui sopra). Mentre i ricordi scivolano via senza mai sorprendere né emozionare, mi domandavo spesso perché non avessi scelto un altro film. E continuo a domandarmelo ancora adesso, nonostante qualche spunto sia anche interessante (soprattutto la citazione di Ozu, con il suocero che viene a trovare la famigliola e l’unica che sembra avere tempo da dedicargli sia lei, sua nuora). Non credo che sarà distribuito in Italia e, beh, non ci perderemo chissà cosa.
••½
Casablanca (1942): Dopo le prime dieci ore di volo e altre due di scalo, per concludere in bellezza prima dell’atterraggio a Fiumicino avevo bisogno di qualcosa che durasse poco e, soprattutto, fosse bellissima. Entrambi i requisiti sono ampiamente rispettati da questo immortale capolavoro di Michael Curtiz, che è anche uno dei miei film preferiti in assoluto: non mi stancherò mai di vederlo. Al di là del memorable triangolo amoroso tra Humphrey Bogart/Rick, Ingrid Bergman/Ilsa e il triestino (ma austriaco, essendo del 1908) Paul Henreid/Viktor Laszlo, è la componente idealista a emozionare. Ed è così che, alla ventesima visione (numero casuale ma non lontano dalla realtà, presumo), mi sono ritrovato commosso anche a bordo di un aereo, durante la scena in cui i clienti del bar di Rick intonano la Marsigliese davanti ai soldati tedeschi, incalzati da Laszlo. Lo so, è una scena intrisa di retorica, ma credo che sia uno dei momenti di cinema più belli di sempre. Boh, ma che altro c’è da dire su questo film? Un capolavoro, punto. Poco dopo, il mio aereo toccava finalmente il suolo romano, dopo oltre dieci giorni di Giappone. Ma questa è davvero un’altra storia.
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