Capitolo 441: Dodici Giorni Dopo

Dodici giorni dopo l’ultimo capitolo, tra qualche tuffo nel mare di Monopoli, le ultime partite dei mondiali e un po’ di lavoro da finire, l’estate procede lineare, nonostante sia sempre la stagione più ostica per chi vive da cinefilo. La novità di questo capitolo prevede la presenza del widget di JustWatch per segnalarvi direttamente su quali piattaforme è possibile trovare i film di cui vi parlo. Quindi sotto ogni mio commento a un film vi basterà cliccare sul widget per aprire direttamente la piattaforma dove si può vedere il film. Poi non dite che non vi voglio bene. Per il resto questa settimana è uscita la tanto chiacchierata Odissea di Nolan, ma sto aspettando martedì 21 per vederla al cinema Red Carpet d Monopoli in compagnia di Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli del podcast Noodles. Sarebbe fantastico riuscire a farli partecipare al Film People Project (nel frattempo arrivato a quota 249!), chissà se ci sarà occasione.

28 Giorni Dopo (2002): Una nuova e piacevole abitudine degli ultimi mesi è aspettare il martedì per vedere di che film parla Gabriele Niola nel suo splendido format su YouTube, Storyline. Se si tratta di un titolo che non vedo da molto tempo, lo recupero e poi mi ascolto il video della settimana sulla sua genesi. È successo anche con questo bellissimo film di Danny Boyle, che non rivedevo praticamente dai tempi della sua uscita. Un giovanissimo Cillian Murphy si risveglia in ospedale ventotto giorni dopo essere finito in coma a causa di un incidente. Trova una Londra deserta, evacuata, infestata da esseri umani contagiati da un virus simile alla rabbia, che li ha trasformati in una specie di zombi tanto veloci quanto feroci. È la dimostrazione che basta una buona idea e poco altro per realizzare un grande film. Danny Boyle, infatti, è praticamente costretto a girare l’intero film con una videocamera digitale amatoriale (siamo nei primi anni Duemila e quelle telecamere, negli anni successivi, sarebbero diventate il pane quotidiano di tanti studenti di cinema del DAMS e non solo): quella che all’inizio sembrava quasi una limitazione finisce invece per diventare uno dei punti di forza del film, regalando alle immagini un’estetica sporca e realistica che ricorda molto lo stile del found footage, già esploso pochi anni prima grazie al cult The Blair Witch Project. Non ho visto i sequel quindi non posso giudicare lo sviluppo della saga, ma dopo oltre vent’anni questo capitolo iniziale conserva ancora tutto il suo fascino.
•••½

Backrooms (2026): La prima cosa che mi viene in mente dopo aver visto l’esordio alla regia del ventenne Kane Parsons è: ma quanto si saranno divertiti gli scenografi? La storia è piuttosto semplice: l’architetto fallito Chiwetel Ejiofor, alle prese con problemi matrimoniali e finanziari, trova nel seminterrato del suo negozio un passaggio che porta a un mondo sconfinato di stanze più o meno vuote ma piuttosto inquietanti. La sua terapista, Renate Reinsve, lo andrà a cercare finendo anch’ella dentro questo mondo dalle pareti gialle. Ennesimo fenomeno cinematografico nato dal web, Parsons dimostra che il terrore non è più ristretto a luoghi angusti o bui ma, come già ci aveva insegnato Hitchcock, può assumere anche i contorni dell’horror vacui, della paura degli spazi vuoti. Il fascino dell’idea di base è ciò che permette al film di avere senso, i personaggi e le interpretazioni da Razzie Awards sono invece ciò che creano distacco. Quel che resta è una gran bella idea schiacciata, come spesso accade nel cinema horror, dall’incapacità di portarla avanti in maniera efficace. Interessante quanto basta.
•••

Il Selvaggio (1953): In un’epoca in cui sembra che quasi ogni film debba durare oltre due ore e mezza per essere giudicato grande, cosa c’è di meglio di un titolo degli anni Cinquanta con protagonista Marlon Brando e dalla durata di appena 80 minuti? Nel film più celebre del regista ungherese László Benedek, il motociclista Marlon Brando finisce in un paesino di provincia insieme alla sua banda di bikers. Qui si invaghisce della figlia del capo della polizia locale, la bella Mary Murphy (che improvvisa molti dei dialoghi avuti con Brando), ma deve fare i conti con i pregiudizi della comunità. Al di là della trama, è uno di quei film che hanno contribuito a creare un’immagine destinata a entrare nell’immaginario collettivo: il giubbotto di pelle, la motocicletta, il cappellino inclinato, lo sguardo bieco di Brando. Sono bastati pochi minuti di film a dar vita a un’icona che avrebbe influenzato il cinema e la cultura pop per decenni. Inoltre c’è quella battuta rimasta nella storia: alla domanda di una frivola donna locale, “contro cosa ti ribelli?”, Brando risponde: “contro di voi” (in inglese molto più iconica, visto che le risponde “whaddaya got?”, ovvero “cosa hai (contro cui posso ribellarmi)?”). A Brando, con il suo fare provocatorio e strafottente, bastano poche parole per definire un’intera generazione. Visto oggi non è un film incredibile, ma caspita che interpretazione magnetica (e non ho citato Lee Marvin)! Da recuperare.
•••½

Tutti a Casa (1960): Il capolavoro di Luigi Comencini, nonché il film definitivo sull’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio in cui l’Italia ruppe l’alleanza con la Germania nazista. Alberto Sordi è un sottotenente che, senza sapere nulla di quanto accaduto ai piani alti, si ritrova ad essere attaccato dai tedeschi (da qui la storica battuta al telefono: “Accade una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani!”). Messo in fuga insieme al suo battaglione, Albertone comincia un lungo viaggio verso casa, dove pian piano smette i panni del rigoroso e ligio ufficiale per indossare nuovamente quelli dell’uomo medio, pavido e preoccupato. Come nella migliore tradizione del cinema italiano di quell’epoca, il film alterna scene da commedia a momenti tragici, mentre sullo sfondo scorre il ritratto di un Paese allo sbando. Un viaggio morale, prima ancora che fisico, dove un ex soldato deve scegliere da che parte della Storia vuole trovarsi. Uno degli innumerevoli capolavori del nostro cinema, capace di raccontare l’Italia in un momento cruciale, con un equilibrio incredibile tra ironia, amarezza e umanità, e un finale che, solo a pensarci, mette i brividi per l’emozione. Stupendo.
••••½

Talk to Me (2022): L’esordio cinematografico dei fratelli Danny e Michael Philippou è uno degli horror che più mi sono piaciuti negli ultimi anni. Niente che faccia strappare i capelli, per carità, ma a ogni modo apprezzabile. Un gruppo di ragazzi scopre una mano imbalsamata capace di mettere in contatto con il mondo degli spiriti. Quello che inizialmente sembra solo l’ennesimo gioco da festa, un modo per provare un brivido e fare qualche video da condividere sui social, si trasforma presto in qualcosa di molto più pericoloso. Il film racconta una generazione cresciuta nell’epoca della condivisione totale: anche la paura diventa un’esperienza da filmare, qualcosa da mostrare agli altri, un contenuto da mettere online. La possessione diventa quasi una droga, un modo per sentirsi vivi, per attirare attenzione, per superare il limite. Un bellissimo esordio, che forse non fa molta paura (a parte un paio di sequenze), ma racconta bene un mondo dominato da social, solitudini adolescenziali e traumi mai risolti. Per reinventare il genere ci vorrà ben altro, ma almeno questi due fratelli youtuber sembrano avere qualcosa da dire. Aspetto l’ormai imminente sequel con timore un po’ di curiosità, nel frattempo questo potete vederlo su RaiPlay.
•••½

SERIE TV: Ho visto la quinta e ultima stagione di The Bear e devo dire, con mia grande sorpresa, che forse è stata la più bella di tutte. La storia scioglie tutti i nodi che erano al pettine in maniera più o meno credibile, tracciando una strada per ognuno dei suoi memorabili protagonisti. Ora che la serie è completamente finita, ciò che mi mancherà non è tanto la storia in sé, quanto alcuni dei suoi personaggi. Quel ristorante alla fine è un po’ come una grande famiglia allargata: incasinato quanto basta, ma unito nelle difficoltà. Non l’ho mai ritenuto un capolavoro, ma resta comunque una serie molto bella, con alcuni picchi straordinari e un interprete enorme.

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2 risposte a “Capitolo 441: Dodici Giorni Dopo”

  1. Avatar Madame Verdurin

    Tutti a Casa è un film che dovrebbero mostrare nelle scuole, sia come lezione di cinema, sia come rappresentazione perfetta di un passaggio storico su cui spesso si pass in velocità senza fermarsi a pensare cosa ha significato per chi lo ha vissuto.

    1. Avatar AlessioT

      Film enorme. Un’emozione dopo l’altra e un pezzo di storia italiana che come dici tu non è mai stati abbastanza approfondito

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