Festa del Cinema di Roma 2026: In Un Giorno di Pioggia

Cronache dall’Auditorium (mercoledì 21 ottobre)
Ultimo grande giorno di Festa del Cinema, per quanto mi riguarda. Oggi infatti è stato l’ultimo giorno in cui mi sono fermato anche il pomeriggio, l’ultimo giorno in cui ho fotografato qualcuno sul red carpet (sabato ci sarà Naomi Watts, ma con tutto il rispetto per una grande attrice che stimo, non ho intenzione di andare appositamente all’Auditorium per vederla), l’ultimo giorno in cui ho visto la bellezza di tre film. E forse, è stato anche l’ultimo giorno in cui ho fotografato qualcuno per il progetto Film People (ma vediamo se domani riesco ad aggiungere un altro pezzo alla serie). La pioggia che accompagna il mio viaggio di oggi in Auditorium sembra quasi voler annunciare la malinconia che colpisce sempre gli ultimi giorni.

In realtà, dopo otto giorni di Festa, l’entusiasmo iniziale comincia a scemare e a trasformarsi in routine, poi in noia, infine in stanchezza. Ma stamattina c’è qualcosa da festeggiare: è anche l’ultima volta in cui ho dovuto aspettare quasi venti minuti per venire a capo di una prenotazione su Boxol, il girone infernale previsto per noi accreditati (non che al pubblico pagante sia andata meglio, a quanto ne so). Addio marchingegno diabolico, almeno fino al prossimo anno.

Alle 9 entro in Sinopoli per la proiezione di The Debut di Jesse Eisenberg. Nel primo atto c’è talmente tanto zucchero e miele che stavo per finire in iperglicemia, poi per fortuna Paul Giamatti scende in campo per mettere in equilibrio la situazione. Julianne Moore è una casalinga annoiata che, quasi per gioco, decide di partecipare al provino per una piccola parte in un musical. Nonostante la sua audizione faccia schifo, la donna è l’unica persona disponibile per quel ruolo, quello di riparatore tuttofare di un condominio newyorkese. Non sarà facile per il burbero regista Paul Giamatti tirare fuori un operaio da una casalinga borghese, ma è proprio nel lavoro tra regista e attrice che il film trova un terreno interessante in cui crescere. Il problema è che quando l’attore non è in scena, il film funziona molto meno: il rapporto tra Julianne Moore e la sua famiglia è davvero troppo didascalico, inoltre la storia non riesce davvero a essere mai credibile (nonostante in scena la protagonista cerchi a tutti costi di perseguire l’autenticità). Il vero motore, come in tanti altri suoi film, è proprio Paul Giamatti: è lui che tira le fila, pronuncia le battute migliori e offre la spalla ideale per tirare fuori ironia e carattere di una Julianne Moore che diventa sempre più mattatrice con il procedere della storia. Tuttavia Eisenberg continua a non convincermi pienamente né come sceneggiatore né come regista, nonostante questo sia comunque un film molto godibile. Una nota a margine, che non vuole essere una critica ma solo una domanda: davvero una cittadina di provincia può permettersi di mettere in piedi una produzione teatrale di questa portata? Pazzesco.

The Debut
•••

Subito dopo i titoli di coda, mi dirigo verso il Teatro Studio per la proiezione del film lettone Ulya, diretto da Viestur Kairish. La storia ripercorre l’adolescenza di Ulyana Semjolova, una delle più grandi giocatrici di basket di sempre, cresciuta negli anni 60 in un villaggio rurale della Lettonia sovietica. La ragazza, alta quasi due metri, viene notata da una squadra di pallacanestro di Riga dove, a detta loro, potrà finalmente trovare la sua collocazione nel mondo. Ulya vorrebbe solo trascorrere una vita tranquilla, ma anche al villaggio da cui proviene ormai è nota solo come la “ragazza alta”, quindi tanto vale sfruttare questo dono… Raccontato attraverso un bianco e nero di alto livello (sì, è tutto abbastanza alto in questo film) e con una regia che sa come comporre bene un’inquadratura, vale sicuramente il tempo che gli si dedica, anche se non è esattamente la cosa ideale da vedere di mattina, con una settimana di poco sonno alle spalle. A ogni modo è un buonissimo film.

Ulya
•••½

Al termine della proiezione sono le 12.42. In teoria ho soltanto 18 minuti per raggiungere il mio forno preferito (a 1200 metri di distanza dall’Auditorium) e tornare indietro per la conferenza stampa di Jesse Eisenberg e Julianne Moore. Non potrei mai farcela, ma ventuno edizioni di esperienza mi danno la fiducia necessaria: nessuna conferenza stampa è mai cominciata in orario. Quando entro in Petrassi sono le 13.15 e l’incontro con la stampa è appena iniziato (in compenso, ho messo sullo stomaco un’eccellente pizza al taglio). L’entusiasmo di Julianne Moore per questo ruolo è contagioso, sembra che abbia davvero amato interpretare il personaggio, tuttavia sto ancora rimuginando sull’assenza di Paul Giamatti, che qualche settimana fa era stato annunciato come ospite certo della Festa del Cinema. A ogni modo, il prossimo film ce l’ho alle 16, come riempire il tempo che resta? Sicuramente scattare la foto numero 258 di Film People fa parte delle cose da fare (seguite il profilo per scoprire i film che sono stati scelti in questi giorni).

Alle 16 è il momento di Mariage au Goût d’Orange di Christophe Honoré, un film corale che mette talmente tanta carne al fuoco da sembrare quasi di trovarsi in un ristorante argentino. La storia racconta il matrimonio tra il più giovane dei sette figli di una famiglia della periferia di Nantes e una donna appartenente a una famiglia dello stesso quartiere. I personaggi sono talmente tanti che anche Robert Altman avrebbe avuto qualche difficoltà a gestirli (nei titoli di coda ne ho contati ben ventiquattro) e tutta questa gente che si alterna in un locale per quasi due ore mi ha creato un’enorme confusione. Le vicende sono tante: litigi, segreti, rancori, flash-forward che raccontano cosa succederà ad alcuni personaggi in seguito a quel matrimonio e molto altro ancora. Ammetto di non esserne venuto del tutto a capo, ma l’impressione è che il film sia valido e sia stato penalizzato dalla mia stanchezza e soprattutto dal fatto di esser stato il terzo film di giornata, dopo sette ore e mezza trascorse all’Auditorium. Sufficienza di stima (anche perché c’è Adele Exarchopoulos), meriterebbe un giudizio più accurato che però non sono in grado di dare.

Mariage au Gout d’Orange
•••

Mentre mi dirigo verso l’uscita, decido di aspettare qualche minuto per il red carpet di Julianne Moore e Jesse Eisenberg. Ricomincia a piovere, ma ormai ho deciso di restare a fotografarli. Quando arrivano scatto qualche foto e poi, trovandomi di fronte il regista, gli domando come mai Paul Giamatti non è venuto a Roma. Eisenberg, guardandomi negli occhi, mi risponde qualcosa che, nel fracasso che ho intorno, percepisco come “covid”. Che sfiga. Mentre poi mi allontano per raggiungere finalmente la mia auto, mi domando come mai Julianne Moore abbia ricevuto due premi alla carriera alla Festa del Cinema, quello di oggi dopo quello del 2010: è una cosa normale? Di normale non c’è molto altro, se non il bisogno di un’altra doccia e di un pasto caldo sullo stomaco. Sono quasi le 19, con i film di oggi sono arrivato a quota ventuno e ne mancano ancora tre nei prossimi due giorni. Comincio a intravedere la luce in fondo al tunnel.

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