
James Mangold l’ha fatto di nuovo. Dopo il meraviglioso Walk The Line, film del 2005 incentrato su Johnny Cash e sul suo tormentato rapporto con June Carter (che valse a Joaquin Phoenix una nomination agli Oscar e a Reese Whiterspoon una meritata statuetta), il regista di Logan e Le Mans 66, nato a New York nel 1963, cioè proprio mentre Bob Dylan pubblicava il suo primo album di inediti, ha compiuto un nuovo miracolo, portando sul grande schermo uno degli eventi più rivoluzionari e discussi dell’intera storia della musica: la svolta elettrica del menestrello di Duluth.
Per me è difficile scindere A Complete Unknown dalle emozioni personali, dal mio vissuto. Ci sono troppe cose in gioco. Perché chi scrive ha trascorso gli ultimi anni del liceo recandosi a scuola con The Freewheelin’ praticamente fisso nel lettore cd, con i compagni di classe che domandavano perché ascoltassi quella musica “da vecchi” (sic). Perché chi scrive ha cominciato a capire un po’ più cose del mondo ascoltando le parole di Bob Dylan, che a suo modo ha contribuito a formare e plasmare la mia coscienza politica. Ed è per questo che è difficile, per me, non emozionarmi quando sullo schermo Chalamet (straordinario) intona Don’t Think Twice It’s All Right o Blowin’ in the Wind, o It Ain’t Me Babe o ancora The Times They Are A-Changin’, se non Girl From The North Country. Come detto, ci sono troppi ricordi in gioco.
Certo, la perfezione sarebbe stata avere nuovamente Joaquin Phoenix nei panni di Johnny Cash, in una sorta di “James Mangold Cinematic Universe”, ma mi basta aver trovato qui il testo di quella lettera che, nel film del 2005, Cash aveva scritto al giovane Dylan. Mangold riesce a costruire un film che contiene al suo interno mille storie diverse, che forse saranno più familiari al pubblico statunitense che a quello italiano, ma tant’é: dalla leggenda Woody Guthrie (correte a leggere la sua autobiografia Questa Terra è la mia Terra), allo sfortunato Dave Van Ronk (i Coen si ispirarono a lui in quella meraviglia di A Proposito di Davis), dal sogno di Pete Seeger di cambiare il mondo attraverso la musica, all’attivista Joan Baez, regina del folk, che pochi anni dopo sarebbe diventata “l’usignolo di Woodstock”. Oppure Sylvie, personaggio fittizio chiaramente ispirato a Suze Rotolo, musa e compagna del cantautore, prima di quella metamorfosi artistica che avrebbe cambiato la sua vita e (soprattutto?) la storia della musica.
Per chi la vuole cercare, c’è davvero tanta carne al fuoco in A Complete Unkwnown: al di là delle digressioni personali è un film completo, totalmente credibile, coinvolgente, straordinario nelle interpretazioni, che racconta l’uomo dietro il genio, l’essere umano dietro il rivoluzionario, il futuro premio Nobel per la letteratura dietro i capelli spettinati di un “completo sconosciuto”. Ma soprattutto c’è tanta, tantissima, musica stupenda. I tempi cambiano, per noi comuni mortali, così come per i geni: basta viverli, una canzone per volta.


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