Capitolo 434: Un Film Dentro l’Uovo

Anche questa Pasqua ce la siamo tolta di mezzo. Dentro l’uovo, invece di un portachiavi (si trovano ancora?) o di un pupazzetto, ho trovato però del buon cinema, come vedrete, più o meno contraddistinto da una tematica comune. A parte il film iracheno infatti, di cui parleremo più avanti, negli ultimi tempi ho visto solo film con coppie in crisi, che siano argentine o francesi, di New York o dello Utah, legate da un sentimento o da un naufragio. Quello incentrato sui conflitti di coppia, da che mondo è mondo, è un cinema che trovo particolarmente congeniale, dai capolavori di Woody Allen a quelli di Linklater, Rossellini o della Nouvelle Vague. Un giorno magari approfondiremo meglio il discorso, chi lo sa, nel frattempo beccatevi un bel po’ di bei film.

Un Mundo Misterioso (2011): Il regista è Rodrigo Moreno, lo stesso di quel filmone che è I Delinquenti (del 2023), un buon motivo dunque per recuperare questo film di quindici anni fa, in cui il regista argentino stava già affinando il suo stile, composto per lo più da inquadrature fisse e lunghi piani sequenza in cui può succedere tutto o anche nulla. Un ragazzo e una ragazza si prendono una pausa, ma di fatto si allontanano. Il ragazzo comincia allora una stramba odissea tra le strade di Buenos Aires per cercare di ritrovarsi. Il protagonista viene costantemente pedinato, come nella migliore delle poetiche zavattiniane, e il film non sarebbe neanche male, se in alcuni momenti non sembrasse un po’ troppo fine a se stesso. Senza dubbio funziona meglio quando coglie lo spirito di una generazione senza bussola e senza certezze. Non male, ma speravo meglio: lo trovate su Mubi.
•••

Send Help (2026): Devo dire che mi mancava vedere un film di Sam Raimi, lasciarmi intrattenere senza chiedere molto altro. Certo, non è più il regista di La Casa e dell’Armata delle Tenebre (e neanche di Drag Me to Hell, se è per questo), però è sempre Sam Raimi e riesce a tenerti agganciato fino alla fine, senza mai trapelare quali idee abbia riservato per il finale. Rachel McAdams è un’impiegata modello spesso però trattata in maniera ingiusta dal suo capo, un giovane superficiale e senza talento. Durante una trasferta di lavoro il jet privato sul quale viaggiano cade su un’isola deserta del Pacifico e loro due sono gli unici superstiti. La ragazza si dimostra un’esperta di sopravvivenza, il suo capo un inetto: la loro convivenza cambierà il rapporto di forza che si era instaurato all’interno della società. C’è qualcosa di Triangle of Sadness (che a sua volta aveva preso qualcosa da Parasite), ma soprattutto ci sono tante scene divertenti, inaspettate, magari un po’ forzate, ma al punto giusto, senza mai oltrepassare i limiti del credibile. Ad esempio, quando ho visto la scena dell’aereo, ho capito che Sam Raimi non mi avrebbe deluso neanche questa volta. Bello.
•••½

Le Cinq Diables (2022): La francese Léa Mysius, che ha compiuto 38 anni due giorni fa (auguri!), è una sceneggiatrice bravissima: vanta collaborazioni con Arnaud Desplechin e soprattutto Jacques Audiard (il bellissimo Paris 13Arr. e soprattutto una nomination agli Oscar per la sceneggiatura di Emilia Perez). Dietro la macchina da presa appare però meno efficace: in questa sua opera seconda, Adele Exarchopoulos ha una figlia capace di ricreare qualsiasi odore per poi metterlo dentro a un barattolo. Questo olfatto fuori dal comune le permette inoltre di “viaggiare nei ricordi” e di conoscere la vera storia di sua madre e ciò che, tanti anni prima, è successo a sua zia. Nonostante una bella ambientazione alpina e un ambizioso tocco d’autore, il realismo magico della regista francese non convince fino in fondo e, invece di integrarsi naturalmente all’interno della narrazione (come ad esempio nei film di Alice Rohrwacher), qui sembra un po’ forzato, come se il film volesse spingere su una dimensione simbolica senza trovare sempre il giusto equilibrio. Se siete curiosi lo trovate su Mubi, ma personalmente non mi ha convinto molto.
••½

È l’Ultima Battuta? (2025): Bradley Cooper ha finalmente capito che non deve fare film per dimostrare qualcosa e che può anche limitarsi a raccontare una storia: il risultato è un film che sembra piccolo, ma in cui ho visto un cuore grande. Laura Dern e Will Arnett (celebre soprattutto per aver doppiato Bojack in quel capolavoro di BoJack Horseman) si separano in maniera gentile, si direbbe consensuale. Ognuno ha bisogno di ritrovare i suoi spazi, di non essere soltanto un genitore, una moglie o un marito, ma di dare voce anche a qualcosa di diverso: è così che l’uomo, pur di entrare in un bar senza pagare, si lancia in una serata open mic in cui si alternano vari comici di stand up. In breve la stand up comedy si trasforma in una sorta di terapia, dove poter analizzare e ricostruire la sua vita. Il film vive tutto lì: nei locali, nelle luci calde, nelle serate storte, nella risata strappata a qualcuno. Ed è bello capire chi sei in quel momento della vita in cui quello che eri fino a ieri non ti basta più (e questo vale per entrambi gli elementi della coppia). Ciò che funziona davvero però è l’atmosfera, quando vedo certi bar newyorkesi mi sciolgo all’idea di quanto sarebbe bello tornarci. Sedermi con una birra a sentire un po’ di stand up comedy nel Greenwich Village? Sì, grazie. Dopodiché c’è anche una riflessione su cosa resta di una relazione quando finisce, su come si può voler bene a qualcuno anche dopo, su come l’identità si ricostruisce a piccoli passi. Ma il film non si appesantisce mai: resta leggero, umano, molto più diretto rispetto ai lavori precedenti di Cooper, che stavolta lascia spazio a un altro protagonista maschile, ritagliandosi per sé un ruolo più piccolo e decisamente congeniale. L’ho trovato un film davvero bellissimo e, oltre a emozionare, riesce anche a strapparti qualche risata. Da vedere, è in sala.
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La Torta del Presidente (2025): Opera prima del regista iracheno Hasan Hadi, ha il pregio di avermi permesso di aggiornare la lista dei miei film preferiti nazione per nazione, giacché era che vedevo un film proveniente dall’Iraq. Siamo all’inizio degli anni 90: a scuola, in seguito a un sorteggio, una bambina ha il discutibile privilegio di dover preparare una torta per il compleanno di Saddam Hussein. Un’offerta che non si può rifiutare, in un periodo in cui reperire materie prime quali zucchero e farina è un’impresa. La bambina, per tener fede all’onore che le è capitato, si lancia in un’odissea tra le vie di Bagdad, tra difficoltà quotidiane e tanti incontri, non sempre piacevoli. Il film mostra due volti: il mondo fiabesco, innocente, osservato dagli occhi di una bambina (che fa pensare un po’ alla piccola protagonista di Il Palloncino Bianco di Panahi), e il regime che imcombe in ogni angolo della città, sottolineato dall’onnipresenza di immagini e fotografie di Saddam. Condito da una serie di inquadrature che talvolta sembrano uscir fuori da una foto di Alex Webb, Hadi è bravo a non scadere mai nel patetico, a non essere mai ricattatorio, fino a un finale bellissimo. Un esordio niente male, per un regista da tenere d’occhio (qui prodotto, tra gli altri, anche da Chris Columbus!).
•••½

Un Gelido Inverno (1979): Se (500) Giorni Insieme e Alta Fedeltà facessero un figlio, penso che somiglierebbe molto a questo film di Joan Micklin Silver, sia per come salta da un episodio all’altro di una storia d’amore senza seguire un filo cronologico, sia per il modo in cui il protagonista John Heard (il padre di Mamma Ho Perso l’Aereo) rompe la quarta parete per raccontare le sue paturnie sentimentali rivolgendosi direttamente al pubblico. Marc Webb e Stephen Frears avranno preso più di un appunto. In breve, siamo nello Utah, dove John Heard ripercorre le tappe di un amore ossessivo, ripercorrendo sia i momenti di felicità che quelli più amari: ne esce un racconto a tratti ironico, a tratti duro (quando lui a un certo punto urla “Giuro che ti violento!” mi ha fatto rabbrividire), ma soprattutto molto malinconico, che nonostante tutto riesce a mantenersi leggero senza mai apparire superficiale. In tutto ciò, l’estetica anni 70 riesce a colpire ancora. Il film è su Mubi e, se vi piacciono le storie d’amore un po’ drammatiche, lo adorerete (nota bene: il titolo italiano è lo stesso di un bellissimo film di Debra Granik del 2010, che lanciò la carriera della giovanissima Jennifer Lawrence)
•••½


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