Capitolo 436: Le Onde del Cinema

Tra Pasqua e Resistenza, aprile si avvia inesorabilmente alla conclusione (di già??). Per il momento sto a quota sedici film visti e me ne mancano giusto un paio per rendere questo mese il miglior aprile degli ultimi cinque anni, da un mero punto di vista cinematografico (ma ne esistono altri?). Oltre ai film ho finito di guardare Portobello di Marco Bellocchio, che ho trovato una serie coinvolgente (nonostante la fotografia sottoesposta, di cui avevo già parlato), che ti fa davvero fumare di rabbia. Inoltre, ho raggiunto quota 240 ritratti (e quindi film) per il mio progetto Film People, dove sul nuovo sito è ora possibile condividere il proprio film preferito anche se si è impossibilitati a partecipare fisicamente al progetto: dateci un’occhiata e fatemi sapere che ne pensate (e soprattutto scrivete il vostro film preferito)!

My Father’s Shadow (2025): Provo sempre una certa soddisfazione a vedere un film proveniente da una nazione di cui non avevo mai visto nulla prima (anche perché così posso aggiungerlo a questa lista). Ma è ancor più soddisfacente vedere un’opera prima così viva, piena, coinvolgente. Il film d’esordio di Akinola Davies Jr, per l’appunto il primo film nigeriano mai visto in vita mia, è di una bellezza che colpisce sin dalle prime scene. Un padre, spesso assente per intere settimane causa lavoro, torna nel villaggio dove vive la sua famigliola per prendere i due figlioletti e stavolta portarli con sé nella capitale Lagos per una gita nella città in cui lavora, proprio nel giorno in cui ci sono le celebri elezioni del 1993. Per i ragazzi è l’occasione per trascorrere del tempo con il padre, ma anche per conoscere realtà di cui non sapevano nulla: la città, con il suo caos, le sue sfumature, i suoi incontri, ma soprattutto il peso della Storia, che sta per incombere sui nigeriani. Quello di Akinola Jr, che ha scritto il film insieme a suo fratello, è un racconto liberamente autobiografico, girato con un linguaggio cinematografico non banale, nonostante un plot twist forse un po’ troppo telefonato. Ma poco importa, quello che è interessante è il viaggio, non la destinazione. Bellissimo, lo trovate su Mubi.
•••½

Lo Straniero (2025): Una volta, da qualche parte, ho letto: “vedere un uomo depresso che fuma e sta zitto, non si può chiamare film”. Ecco, è un po’ quello che penso del nuovo film del sempre bravo Ozon, che stavolta si cimenta con l’opera letteraria di Camus, immergendola in una splendida fotografia in bianco e nero. Nella Algeri occupata, un uomo apparentemente apatico e senza alcun emozione partecipa al funerale della propria madre e il giorno seguente comincia una relazione con una donna. Un incontro sulla spiaggia cambierà il suo destino. Il problema di questo, come di molti film simili, è la scarsa disponibilità dello spettatore di provare empatia per il protagonista, tanto respingente quanto, di conseguenza, il film stesso. Questo appare chiaro quando l’uomo condivide lo schermo con un prete, inveendo, mostrando finalmente qualche emozione: non a caso sarà proprio quella la scena migliore del film. Ad aggravare il tutto, una sala, quella del Cinema Giulio Cesare, dove si moriva di caldo (quel giorno c’erano stati 25°, forse sarebbe stato il caso di accendere un minimo di aria). Camus raccontava la storia di un uomo “straniero” rispetto alla società, alle convenzioni: Ozon lo rende un asociale. Non mi è piaciuto (ma che belle immagini).
••½

Le Onde del Destino (1996): Immaginatevi di trovarvi nel 1996, in un mondo senza troppe informazioni, senza sapere che tipo di regista sia Lars Von Trier, senza trailer su youtube, senza critici online, senza Una Vita da Cinefilo. Pensate di trovarvi davanti al cinema, vedere la locandina con una bella coppia di innamorati e proporre alla vostra ragazza (o al vostro ragazzo) di andare a vedere questo film così “romantico”. Ecco, immaginatevi la scena e poi pensate a questa coppietta che si guarda un film così. Un po’ di contesto: la dimessa, infantile e religiosa Emily Watson vive in un paesino scozzese. Si innamora, ricambiata, di un operaio (Stellan Skarsgard) che lavora su una piattaforma petrolifera nel mare del Nord. Si sposano, sembrano felici, nonostante la distanza, finché un incidente non cambia per sempre le loro vite: è qui che il film prende una strada totalmente inaspettata, disturbante, scioccante. Diviso in capitoli, come capita spesso nei film di Von Trier, e costellato da canzoni clamorose in apertura di ogni capitolo (ma clamorose davvero: da Your Song e Goodbye Yellow Brick Road di Elton John, a Suzanne di Leonard Cohen, fino a Child in Time dei Deep Purple e moltissime altre), è il film che apre la cosiddetta trilogia del cuore d’oro (che si completa con Idioti e Dancer in the Dark). C’è un momento, nella seconda parte del film, in cui cominci davvero ad arrancare, a non poterne più di tante vessazioni, poi però c’è quel finale… Vabbè, non dico altro. Film stupendo (lo trovate su Mubi).
••••

Rolling Thunder (1977): Nel capitolo precedente vi raccontavo della mia recente lettura del libro Cinema Speculation di Quentin Tarantino, in cui il regista veste i panni del (magnifico) critico cinematografico per raccontare alcuni film visti quando era adolescente. Tra questi c’è questo revenge movie diretto da John Flynn e scritto nientepopodimeno che da Paul Schrader (sceneggiatore di Taxi Driver, per dirne uno). William Devane, dopo sette anni di prigionia in Vietnam, torna nel suo paesotto insieme a un giovane Tommy Lee Jones. Qui è un eroe per tutti, solo che per suo figlio di nove anni è uno sconosciuto mentre la moglie si è già promessa sposa allo sceriffo locale. Questa sua nuova vita quotidiana va totalmente all’aria quando una banda di messicani (capeggiata da Roscoe del telefilm Hazzard) uccide moglie e figlio, menomando il protagonista, che si ritrova con un uncino al posto della mano e con un unica cosa in testa: la vendetta. Film di genere che ha il suo perché, ma si incarta nelle mani di un regista che vorrebbe imitare Peckinpah, ma che invece ha come merito soprattutto di aver ispirato il giovane Tarantino, che qualche decennio dopo prenderà in prestito alcune idee di questa storia per girare un certo Kill Bill. Discreto, meriterebbe un remake fatto bene.
•••

Taverna Paradiso (1978): Rocky e i suoi fratelli. Stallone fa il suo esordio dietro la macchina da presa dirigendosi in questo racconto che ha diversi punti in comune con il capolavoro di Visconti, evidente ispirazione per l’attore-regista. Sly aveva scritto la sceneggiatura ancora prima rispetto a Rocky, ma riuscì a trovare i fondi per girarla solo dopo il successo planetario del film sul pugile di Philadelphia. In una Hell’s Kitchen degradata (oggi uno dei quartieri più ricercati di Manhattan) si muovono tre fratelli molto diversi tra loro: Stallone è lo sbruffone senza arte né parte, con tante idee e la lingua lunga, gli altri due sono un gigante buono (ma con poco sale in zucca) e un ex reduce di guerra, l’unico che sembra avere un cervello e la testa sulle spalle. Stallone capisce che l’unico modo per fare soldi è convincere il fratello più forte a diventare un atleta di wrestling (lotta libera a dire il vero, essendo incontri reali e non combinati: una volta lo chiamavamo “catch”). Non tutto funziona a dovere, ad esempio due personaggi in apparenza importanti che a un certo punto del film spariscono nel nulla, ma c’è molto cuore e soprattutto un paio di cose molto fiche: Tom Waits, che suona il pianoforte in un locale, e la scena, visivamente strepitosa, del match decisivo che si svolge sotto la pioggia, su un ring ormai ridotto a una enorme pozzanghera. Non troppo male, non troppo bene.
•••

Mean Girls (2004): Capisci che stai guardando per la prima volta il film di Mark Waters fuori tempo massimo quando, invece di restare ammaliato da Linsday Lohan o Rachel McAdams, pensi a quanto ti piace Tina Fay, che nel film interpreta il ruolo della loro professoressa di matematica. Lohan è la nuova arrivata in un liceo dell’Illinois di cui cerca di capire immediatamente le dinamiche: ci sono i nerd, il belloccio, i reietti (con cui stringe amicizia) e, soprattutto, le “barbie” (ovvero una perfida Rachel McAdams e una tonta Amanda Seyfried). Succedono tante cose che si possono facilmente trovare in un film ambientato in un liceo statunitense, ma è tutto avvolto da buone idee, gag più o meno simpatiche, oltre che da un alone di “Mtv Generation” che, visto oggi, ha davvero un qualcosa di nostalgico. Non mancano idee né una certa dose di scemenza adolescenziale, che ha reso questo film un piccolo cult generazionale. Bello, ma avrei voluto vederlo vent’anni fa.
•••½

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Comments

2 risposte a “Capitolo 436: Le Onde del Cinema”

  1. Avatar Austin Dove

    Non a caso Mean Girls è un cult generazionale

    Piace a 1 persona

    1. Avatar AlessioT

      Sì, ho letto che ne hanno anche fatto una trasposizione teatrale a Broadway, addirittura 🙂

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