Recensione “Thunder Road” (2018)

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Un film destinato a diventare un cult: due anni fa mi capitò sotto gli occhi il cortometraggio di un certo Jim Cummings che aveva appena vinto il premio della giuria al Sundance (potete vederlo qui). Caso volle che il titolo di quel cortometraggio era lo stesso della mia canzone preferita e di quella che, a mio modesto parere,  è la più grande canzone mai scritta: “Thunder Road” di Bruce Springsteen (che ovviamente è il motivo attorno al quale si svolge la storia). Grazie ad una raccolta fondi su Kickstarter quel cortometraggio di 12 minuti oggi è un film di un’ora e mezza che sta riscuotendo premi e applausi in mezzo mondo: Jim Cummings scrive, dirige e interpreta un’opera prima di incredibile forza e commovente bellezza, trattando con ironia e sprazzi di talento temi piuttosto delicati come l’elaborazione del lutto e la difficoltà di essere padre.

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Recensione “Friedkin Uncut” (2018)

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I documentari sui grandi registi provocano sempre uno strano effetto: qualunque sia il lavoro che tu faccia, ti vien voglia di scendere in strada con una macchina da presa per girare qualcosa. Questo film di Francesco Zippel, dedicato al grande William Friedkin, non solo non fa eccezione, ma ti entusiasma a tal punto da spingerti davvero a dedicarti a questa professione: provate anche voi ad ascoltare Friedkin e i suoi collaboratori raccontare il modo in cui hanno girato la celebre scena dell’inseguimento ne “Il braccio violento della legge” o il modo in cui hanno brillantemente affrontato le difficoltà legate alle riprese de “Il salario della paura” o di “Cruising”.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 2

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La seconda giornata di proiezioni si è aperta con il terrore: no, non sto parlando di “Halloween”, ma del traffico di Lungotevere alle 8 del mattino di un giorno feriale. Avrei voluto farmi largo a colpi di clacson, urlando “mi aspetta Michael Myers!”, ma a Roma certe cose è meglio non farle, capace che poi qualcuno ti risponde “magari!”.

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Recensione “Hill House” (“The Haunting of Hill House”, 2018)

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Quando si parla di cinema, sulle case infestate si può dire di tutto e di più. Un po’ meno si può dire quando si parla di serie tv: a colmare questo buco ci ha pensato l’ultima arrivata in casa Netflix, “Hill House”. Dieci episodi piuttosto intensi, in cui i fantasmi interiori dei membri della famiglia Crain aleggiano indisturbati in ogni scena, contribuendo in maniera sostanziosa al livello di pathos e disagio che subiamo e viviamo puntata dopo puntata. Vagamente ispirato da un romanzo del 1959 (“L’incubo di Hill House”), lo show di Mike Flanagan ha ritmo, scrittura, gode di alcune scene assolutamente memorabili e non regala risposte se non nelle ultime due puntate.

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Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

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Capitolo 249

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Scusate la latitanza. Normalmente, anche nei periodi più intensi, non sto mai lontano dal blog per più di cinque o sei giorni: in questo caso dieci giorni sono troppi anche per me. Per farvi capire l’intensità di questo periodo basti dire che dal 2 settembre fino a ieri non ho visto nessun film, tra il viaggio a Londra e il lavoro di settembre che è sempre il triplo rispetto agli altri mesi. In questo capitolo allora cosa troverete? Ben poco, a dire la verità, giusto un commento a “Sulla mia pelle”, che sono riuscito finalmente a guardare soltanto ieri sera e il punto sulle serie tv che, tra spizzichi e bocconi, sto seguendo in questo periodo. Ah, il mio posto preferito di Londra sapete qual è stato? Un bar dentro un cinema, ovviamente (il Ritzy a Brixton, se vi dovesse capitare).

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Recensione “Disincanto” (“Disenchantment”, 2018)

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Dopo aver raccontato il presente con “I Simpson” e il futuro con “Futurama”, Matt Groening stavolta tenta la carta del passato, con il medioevo fantasy di “Disincanto”, nuova serie animata composta da dieci puntate (disponibili su Netflix) e una bella manciata di idee divertenti. Non è dissacrante come la famiglia gialla più famosa degli States, né raggiunge picchi di genialità assoluta come la serie dedicata a Fry e compagni, ma al di là dei paragoni “Disincanto” funziona, con le sue 8 storielle auto-conclusive più le ultime due puntate, unite da un filo narrativo molto più dark e decisamente meno ironico.

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Recensione “BlacKkKlansman” (2018)

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Finalmente Spike Lee è tornato: dopo una serie di titoli non proprio memorabili (per usare un eufemismo), il regista newyorkese ci regala una pellicola di grande spessore, divertente, ricca di ritmo, ma al tempo stesso agghiacciante se rapportata al giorno d’oggi. La vicenda (reale) di Ron Stallworth, primo poliziotto nero di Colorado Springs, si svolge infatti verso la fine degli anni 70, ma al di là della bizzarra capigliatura del protagonista c’è ben poco nel film che ci faccia pensare a quel periodo storico: questo perché quella dell’America bianca e destrorsa è una storia che non ha tempo e che purtroppo ci ricorda da vicino tutto ciò che sta succedendo negli ultimi anni negli Stati Uniti (e che il finale contribuisce a ricordarci).

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Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

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Recensione “Columbus” (2017)

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Negli Stati Uniti, in Indiana, c’è una cittadina di neanche quarantacinquemila abitanti che racchiude tra le sue strade alcuni gioielli di architettura moderna. Quella città è proprio Columbus, dove possiamo trovare edifici realizzati da Eero Saarinen, Ieoh Ming Pei, Robert Venturi, Cesar Pelli e soprattutto Richard Meier. Tra queste strutture si muovono dunque i personaggi di questo film d’esordio firmato da Kogonada, coreano impiantato negli States, celebre per i suoi “video saggi” dedicati a Wes Anderson, Stanley Kubrick e Yasugiro Ozu.

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