Recensione “Il riccio” (2009)

Che cosa difficile per un film trovarsi a lottare con l’ombra asfissiante dell’opera letteraria da cui è tratto, specie se si tratta di un libro che ha dominato le classifiche di vendita per settimane. «È meglio il libro!», griderà qualcuno, «togliete il mio nome dalla locandina!», ha invece urlato Muriel Barbery, autrice de “L’eleganza del riccio” (caso letterario degli ultimi anni), discostandosi completamente dal film di Mona Achache. Un giorno, forse, si arriverà a capire che cinema e letteratura sono due forme d’arte completamente diverse, e si smetterà di fare paragoni tra l’una e l’altra. Premesso ciò, con tutto il rispetto per la signora Barbery, autrice di un libro intelligente e mai banale, il film di Mona Achache è in grando di raccontare con ironia e sincerità le ordinarie vicende di tre persone straordinarie.

In un lussuoso edificio nel cuore di Parigi, abitato da facoltosi quanto noiosi coinquilini, la vecchia portinaia Reneé Michel vede scorrere queste vacue esistenze che passano tutti i giorni davanti alla sua guardiola. Madame Michel sembra corrispondere ai cliché tipici del suo ruolo: scorbutica, arcigna, ignorante e teledipendente. In realtà è una donna dalla cultura finissima, che nasconde dietro le apparenze un universo di sfumature e un cervello brillante. A scoprirlo sarà Paloma, una bambina con tendenze suicide ma dall’intelligenza superiore, che odia la superficialità della sua famiglia, l’inutilità del lusso, usando la sua piccola telecamera come l’occhio indiscreto pronto a giudicare tutto e tutti. L’arrivo nell’edificio del signor Ozu permetterà a Paloma di confrontarsi con qualcuno “al suo livello”, e a madame Michel di aprire lentamente la porta della sua vita.

Se la piccola Paloma paragona madame Michel ad un riccio “fintamente indolente, risolutamente solitario, terribilmente elegante”, lo stesso si può dire del film: finge di essere altro, ovvero un piccolo dramma esistenziale, nascondendo con finezza il suo incredibile fascino e la sua genuina eleganza. Al di là di tutto ciò che di buono si può dire sul libro, non cedete anche voi alla diabolica tentazione di paragonare due opere di genere diverso, ma lasciatevi andare alla leggerezza e al piacere di fruire sia l’uno che l’altro, lasciando la puzza sotto i nasi degli altri. Come ci insegna Muriel Barbery “forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono”.

pubblicato su SupergaCinema

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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