Capitolo 221

Dopo gli Oscar si sa, comincia una sorta di inverno cinematografico in cui in sala non esce quasi nulla di interessante per un mesetto o poco più. Una buona occasione per recuperare qualcosa e per non perdersi le chicche presenti nella programmazione, che in periodi magari più “affollati” rischiano di nascondersi per finire poi nel crepaccio della dimenticanza. Questo mese è stato una buona occasione per vedere e rivedere un bel po’ di filmetti, otto per l’esattezza, di cui vi vado a parlare proprio ora (velocemente a dire la verità, perché vorrei cominciare la terza stagione di “Better Call Saul”).

2 Giorni a Parigi (2007): Film scritto, diretto e interpretato da Julie Delpy, una delle 478 donne della mia vita. La cara Julie ha imparato piuttosto bene le lezioni di Linklater e di Woody Allen, mischiando i stili dei due in una divertente commedia francese, dove Parigi non sembra Parigi. In più, devo confessare che sono molto legato a questo film: è stato la prima anteprima stampa della mia vita (da cinefilo).

Elle (2016): Paul Verhoeven si conferma un maestro nel creare atmosfere ricche di imprevidibilità e tensione, senza mai nascondersi dietro alle regole del genere cinematografico, portando le sue immagini e i suoi personaggi sempre un passo oltre il limite. Film torbido e ambiguo, nel bene e nel male. Isabelle Huppert è gigantesca.

Il diritto di contare (2016): Forse è un film un po’ troppo convenzionale, ma funziona. Una bella storia (vera) di uguaglianza e passione, con un ottimo Kevin Costner. Tra le mura della NASA il film va che è una bellezza, fuori invece il ritmo stenta un po’ a decollare. Ma è senza dubbio un film valido.

Victoria (2015): Curioso. Tre mesi fa un amico del mio coinquilino tedesco è venuto in visita dalla Germania e, parlando di cinema, mi ha detto che dovevo assolutamente vedere questo “Victoria”, del 2015. Mai sentito prima. Due mesi dopo, bum, esce in sala in Italia. Mi fiondo a vederlo perché le aspettative erano ormai molto alte: si tratta di un miracolo registico. Due ore di piano sequenza tra le strade di Berlino. E il bello è che non è un esercizio di stile. Filmone davvero.

A casa nostra (2017): Lucas Belvaux è un regista molto bravo. Avevo apprezzato tantissimo il suo sottovalutato “Sarà il mio tipo?”. Ora, con le elezioni presidenziali francesi alle porte, se ne esce con una storia che sbatte sulla faccia della destra nazionale tutto lo schifo che c’è dietro di essa. Lo fa con una storia piena di ritmo e piuttosto interessante. Attualissimo.

I figli degli uomini (2006): Mi state davvero dicendo che sono già passati 11 anni da quando ho visto questo film al cinema? Mamma mia. La seconda visione lo rende ancora più bello: innanzitutto è un futuro sì distopico, ma totalmente credibile. La regia di Cuaron è da studiare in ogni frame, è talmente una goduria che si potrebbe quasi vedere in loop senza stancarsi. La fotografia poi è di Sua Maestà Chivo Lubezki. Bellissimo (è su Netflix, eventualmente recuperatelo).

Tenacious D e il destino del rock (2006): Come sempre è una cazzata colossale, strappa risate qua e là ed è davvero impossibile non volergli bene. Dave Grohl, nei panni del diavolo, è un mito, ma il film resterà sempre un gran bella cazzata.

L’altro volto della speranza (2017): Kaurismaki lascia sempre la sua impronta nei film. Inconfondibile. Questa sua ultima fatica non è male, anzi, è molto carino, ma penso che sarebbe potuto essere molto meglio. Le scene nel ristorante i momenti più alti (il cameriere è il personaggio tipico dei film di Kaurismaki). Regala un po’ di bei sentimenti e di speranza per l’umanità, nel frattempo riesce a sensibilizzare il pubblico sulla questione siriana. Non è poco.

Victoria

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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