Recensione “Master of None” (2015)

“Capace in tutto, maestro di niente”: da questa espressione inglese l’attore Aziz Ansari, una celebrità negli States, ha tratto spunto per una serie da lui scritta, diretta ed interpretata, capace di raccontare con brio e credibilità la vita di un trentenne a New York, come tutti noi alle prese con le difficoltà legate alla ricerca di un posto nel mondo, alla realizzazione professionale e sentimentale, in cui tutti, chi più, chi meno, sono costretti a fallire ripetutamente prima di trovare la giusta direzione. Ma cosa succede se le direzioni da prendere sono innumerevoli? Circondato da un gruppo di amici piuttosto originale (un’afroamericana gay, un asiatico e soprattutto un bambinone alto due metri), Dev, il protagonista, proverà a sondare migliaia di tasselli nella speranza di realizzare il puzzle della sua felicità. La cosa sarà ancor più complicata per il semplice fatto che Dev è indiano (seppur newyorchese fino al midollo): una caratteristica che rende lo show molto meno superficiale di quanto potrebbe sembrare ad una prima occhiata. Si parla quindi di differenze etniche, religiose, sessuali, in una eterna lotta contro gli stereotipi (in cui il nostro però cade miseramente nel momento in cui sposta le vicende in Italia, all’inizio della seconda stagione, dove c’è spazio anche per un tenero omaggio a “Ladri di Biciclette”). Ci sono tante, tantissime gag, alcune battute fulminee che fanno pensare al miglior Woody Allen (e le immagini così appassionanti di New York non possono non far pensare a lui). C’è un amore per il dialogo spontaneo che sembra uscito fuori da una collezione di mumblecore d’annata. Ci sono riferimenti a film e canzoni che faranno immergere ancor di più gli spettatori della nostra generazione in alcune scene che sembrano davvero tratte dalla nostra vita (alzi la mano chi non si è mai ritrovato a canticchiare i successi di John Scatman). E poi c’è lei, la regina di tutti i sentimenti: la malinconia, piatto forte di una serie che alterna risate e sopracciglia aggrottate con la stessa facilità con la quale salta da una cena a base di tapas ad un piatto di pasta (il cibo italiano e le canzoni nostrane del secolo scorso sono un altro importante caposaldo dello show).

In mezzo a tanti pregi, ci sono forse troppe gag basate sulla lettura a voce alta di messaggi di chat, pareri amichevoli su quale messaggio scrivere ad una ragazza e piccoli momenti (rari) in cui si avverte una carenza di idee riempita da gag a base social-tecnologica (e qui ci faccio probabilmente la figura del dinosauro, ma tant’è). La verità è che la serie fa ridere e al tempo stesso ci fa riflettere, come raramente si vede in un prodotto etichettato come commedia (e qui torna però Woody Allen, un maestro nello strappare una risata prima di gettarsi nella malinconia più profonda). E se (SPOILER ALERT) il finale della seconda stagione può definirsi addirittura sorprendente nella sua indefinita conclusione in pieno stile Richard Linklater (altro maestro della commedia malinconica), è l’episodio conclusivo della prima stagione il momento probabilmente più alto di tutta la serie: Dev, durante il matrimonio di un amico, si domanda come facciano due persone ad essere così convinte di voler passare il resto della vita insieme. Da qui, la classica pallina su un piano inclinato: una semplice domanda interiore scatenerà una serie di eventi a catena che porteranno il protagonista a tornare sui suoi desideri più reconditi, citando un meraviglioso passo da “La campana di vetro” di Sylvia Plath: “Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sudamerica, un altro fico era Costantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere. E vidi me stessa seduta alla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché uno dopo l’altro si spiaccicarono a terra ai miei piedi”.

Un accenno infine al cast: non mancano i volti noti, sia americani che di casa nostra. L’esplosivo Bobby Cannavale mette addosso una nostalgia incredibile di “Vinyl”, c’è la Giulietta di Baz Luhrmann (Claire Danes), c’è un cameo di John Legend, ci sono Riccardo Scamarcio e soprattutto Alessandra Mastronardi, vera star della seconda stagione. In attesa di scoprire se ci sarà una terza stagione, è possibile lanciarsi nella visione delle prime due, composte ognuna da 10 puntate di circa mezzora: preparatevi, tra le altre cose, a piegare le gambe ad angolo per ballare il twist, a sognare un viaggio romantico a Nashville e a desiderare le tapas di New York, riscoprendo, tra una battuta e l’altra, la bellezza della cultura italiana.

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Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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