Recensione “Lady Bird” (2017)

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Come François Truffaut nel suo indimenticabile film d’esordio (“I 400 colpi”, 1959), anche Greta Gerwig, alla prima prova dietro la macchina da presa, pesca a piene mani dal suo passato, tornando nella natia Sacramento dove racconta la storia di una ragazza come tante con in testa sogni di cultura e libertà. Non a caso il film si svolge tra il 2002 e il 2003, durante l’anno scolastico in cui la regista, così come la sua protagonista, aveva 18 anni. Non c’è niente di nuovo in “Lady Bird” eppure la formula, nella sua perfetta linearità, funziona e ci fa innamorare di ogni fotogramma: chi di noi non ha mai avuto fretta di crescere? Chi non ha mai sognato di abbandonare il nido, la casa dove siamo cresciuti, per poi ogni tanto, tornare indietro con la testa ripensando a quante possibilità avevamo, quante altre scelte avremmo potuto fare? Sarà questo il potere del film di Greta Gerwig: avvolgerci di una nostalgia soffusa, di un “vorrei ma non posso” o ancor più esattamente di un “avrei potuto ma non ho voluto”, ci fa rimpiangere i tempi in cui si stava peggio, tra la vita nel quartiere, la casa e il liceo, perché eravamo giovani e pieni di sogni, ingenui nel nostro romanticismo e sicuri nella nostra consapevolezza di valere pur qualcosa.

Christine, detta “Lady Bird”, è una diciottenne di Sacramento, con in testa il sogno di vivere a New York o “in una qualunque città dove ci sia un po’ di cultura”. Suo malgrado è costretta a frequentare un liceo cattolico, dove affronta le prime esperienze sentimentali, mentre la sua testa è sempre lontana da una città che sente sempre più stretta. Il conflitto della ragazza si esplicita nel rapporto con la madre, donna pratica e razionale, con la quale deve costantemente confrontarsi nel tentativo di farsi comprendere e accettare dal mondo.

“Chiunque parli dell’edonismo della California non ha mai passato un Natale a Sacramento”. L’incipit del film già dice tutto, e non importa se siete cresciuti in un paese abbandonato dal mondo o nella grande città, “Lady Bird” riguarda tutti coloro che hanno sognato la fuga, la partenza, che sia verso il paese più vicino o il quartiere più vivo. Accompagnato dalle note avvolgenti di Jon Brion (già autore della splendida soundtrack di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”) e illuminato dall’interpretazione perfetta di Saoirse Ronan, “Lady Bird” vola leggero verso l’Olimpo delle pellicole più belle dell’anno, distillando il brillante talento di Greta Gerwig in ogni scena del film. Se questo è il film d’esordio, non vediamo l’ora di vedere i prossimi: signori, in giro c’è una nuova, eccezionale regista. Ed è subito colpo di fulmine.

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