Oscar 2018: Pensieri e Considerazioni

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Sono in piedi già da un’oretta e ho avuto modo di elaborare alcuni pensieri: innanzitutto che il suffragio universale è sopravvalutato, ma questo è un altro discorso nel quale non vorrei entrare, se no mi prende l’ansia. Parliamo di Oscar dunque.

Innanzitutto, se cercate la cronaca con i commenti a caldo, in tempo reale, vi rimando alla pagina apposita sulla quale ho seguito la diretta: qui.

Allora. Tutte le statuette sono state più o meno meritate, anche se in un paio di casi ci si può giustamente lamentare: l’Oscar per la sceneggiatura originale a “Get Out” invece che a “Tre manifesti” è un po’ assurdo, ma in fin dei conti quella era l’unica nomination meritata per il film di Jordan Peele e, visto il polverone che la pellicola ha sollevato negli States, sicuramente è stato un premio molto più spinto dal popolo rispetto al film di McDonagh.

L’altro premio che si potrebbe contestare è proprio quello al Miglior Film, ma qui entriamo nel campo dei gusti personali: secondo me ha vinto uno dei film meno belli della lista, ma capisco e rispetto il fatto che si tratti di una pellicola che è stata amata a dismisura, quindi mi siedo in un angolo e mi lamento in silenzio da solo. Guillermo Del Toro ad ogni modo è un personaggio buffo e adorabile, anche se il suo cinema non mi piace è bello vedere un bambino così cresciuto in uno stato di gioia pura.

“Lady Bird” totalmente a bocca asciutta forse è stato un po’ strano, ma in fin dei conti il gioiello della Gerwig ha dovuto combattere con mostri sacri molto più potenti di lui. Già il fatto di trovarsi là con tutte quelle nomination è stato un successo fulminante per la nostra Greta.

Per quanto mi riguarda ho battuto il mio record personale di Oscar indovinati, ben 19, a riprova del fatto che la serata è stata alquanto prevedibile e senza grandi sussulti. Jimmy Kimmel dopo esser stato rimandato un anno fa, questa volta è da bocciare completamente: la sua è stata una conduzione senza brio, senza ritmo, goffa nel tentativo di voler sembrare divertente a tutti i costi. Ridateci Ellen Degeneres.

Anche i discorsi di ringraziamento sono stati tutti piuttosto ordinari: a spiccare è stato senza dubbio quello di Frances McDormand, che ha fatto alzare in piedi tutte le donne presenti in sala per sottolineare la loro importanza e bravura all’interno dell’industria cinematografica. Bel momento.

In Memoriam è sempre uno dei momenti più intensi della serata, quest’anno poi è stato accompagnato da una splendida performance acustica di Eddie Vedder, una sorpresa graditissima.

Cerimonia dunque piuttosto ordinaria, che non ha voluto scontentare nessuno: “Tre Manifesti” si è confermato meritatamente il film con gli attori migliori (due Oscar su tre nomination, da questo punto di vista), James Ivory diventa il più anziano vincitore di un Oscar grazie alla sceneggiatura non originale di “Chiamami col tuo nome”, l’eleganza de “Il filo nascosto” è suggellata dal premio per i costumi migliori, così come lo straordinario realismo di “Dunkirk” è stato premiato con i due Oscar per il suono e quello per il montaggio, tutti sacrosanti. Roger Deakins, alla quattordicesima nomination, vince finalmente l’Oscar per la straordinaria fotografia di “Blade Runner 2049” (che si becca pure il premio per gli effetti speciali). “Get Out” come dicevamo può far festa con la sceneggiatura originale. “L’ora più buia” può accontentarsi del premio al suo meraviglioso Gary Oldman (oltre a quello per il Miglior Trucco), allo stesso modo “Tonya” può festeggiare l’Oscar alla bravissima Allison Janney. “Coco” fa doppietta, tra l’Oscar per il miglior film d’animazione e quello per la canzone (e forse anche su quest’ultimo si potrebbe discutere). Da segnalare un altro Oscar andato incredibilmente al cestista Kobe Bryant per il miglior corto d’animazione (“Dear Basketball”).

Il Cile invece può festeggiare per la prima volta nella sua storia un Oscar per il Miglior Film Straniero, che va a “Una donna fantastica” di Sebastian Lelio. L’Oscar torna dunque in Sudamerica otto anni dopo il capolavoro di Juan José Campanella, “Il segreto dei suoi occhi”.

Tutti contenti dunque, compresi “Lady Bird” e “The Post”, unici grandi film rimasti a bocca completamente asciutta, ma se il primo come dicevamo poteva già considerare le nomination un bel successo, il secondo proprio il giorno delle candidature ha capito di non avere chance (vista la mancanza di Spielberg e Tom Hanks nelle rispettive cinquine di appartenenza).

(Margot Robbie è forse l’essere più perfetto esistente al mondo. Anche Gal Gadot diciamo che non è male, mentre Emma Stone è proprio da sposare).

Confermo quanto detto in passato: la mancanza di Kate Winslet (“La ruota delle meraviglie”) e di Katherin Bigelow (“Detroit”) è piuttosto insensata, così come è sembrato strano scegliere solo nove candidati come miglior film, quando si poteva riempire la decina con quella meraviglia di “Un sogno chiamato Florida”, che meritava sicuramente una nomination anche per la sceneggiatura e per la regia.

In conclusione: anche in un anno di così facile previsione e con la maggior parte dei premi sacrosanti e meritati, c’è spazio per le polemiche, per le lamentele e per tutte quelle cose che ci piace fare. Ora devo chiudere questo articolo e tornare nel mondo reale, in cui devo ancora cucinare il pranzo e nel quale devo soprattutto affrontare i risultati delle elezioni. Meno male che ci sta sempre il cinema.

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