Recensione “Loro 1” (2018)

15.LORO 1_Toni Servillo_Elena Sofia Ricci_03312_photo by Gianni Fiorito

“Chi sono Loro?”, “Quelli che contano”.
Giudicare un film di Paolo Sorrentino a caldo, dopo soltanto una visione, è un’impresa sempre piuttosto ardua: come al solito, mentre cominciano a scorrere i titoli di coda, ti ritrovi là seduto a pensare se il film ti è piaciuto o no, e non sai darti una risposta immediata. In questo caso la faccenda si fa ancora più complicata, visto che quella alla quale abbiamo assistito è soltanto la prima parte di un’opera doppia, di cui avremo un’idea definitiva soltanto tra tre settimane. Quello di Sorrentino è, ancora una volta, un caleidoscopio di personaggi eccentrici, il racconto di una società decadente, che cerca di brillare all’interno della vacuità morale in cui sguazza, in una sorta di Purgatorio in cui tutto è lecito, purché ci sia un tornaconto.

Sorrentino prende spunto dai fatti di cronaca avvenuti tra il 2006 e il 2010 e li fa suoi, riarrangiando lo spartito con personaggi di finzione (e non solo) e accadimenti di fantasia. Non è questo l’importante: il punto è usare la sua creatività per delineare il profilo di un’Italia che, nonostante vada a fondo, continua a sviolinare come i musicisti del Titanic. Berlusconi non viene praticamente mai nominato durante il film e per buona parte della pellicola ci chiediamo se sia davvero lui il personaggio principale della storia. Lo è, eccome, anche indirettamente, ma è sempre presente: “Lui” è agognato dal “talent scout” Scamarcio, che fa di tutto per farsi notare dal “Presidente”, “Lui” è descritto più volte dalla regina dei salotti borghesi, “Lui” è il nome che compare quando squilla il telefono di chi conta (“Io mi arrapo quando ti chiama”), “Lui” è accusato alle spalle dal suo ambizioso ex-ministro che cerca di prendere il suo posto. Il film si compone così di due grandi parti: l’ambiziosa ascesa verso i piani alti del potere da parte di Sergio, novello Barry Lyndon, e l’estate di Silvio nella villa in Sardegna (chiamato sempre per nome e mai per cognome, e soltanto tre volte in tutto il film).

Servillo come al solito è bravissimo ad evitare la macchietta per dare una versione personale di “Silvio”: Berlusconi non viene mai, in nessun modo, giudicato, è semplicemente mostrato all’interno di un’intimità con la quale non è difficile familiarizzare, ma dalla quale inevitabilmente prendiamo le distanze: “Tutto non è abbastanza”, sentiamo dire più volte. Sarà abbastanza per noi, dopo la visione completa del film? Lo scopriremo dopo il 10 maggio.

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