Recensione “La Casa di Carta” (“La Casa de Papel”, 2017)

casapapel

Prendete “Inside Man” di Spike Lee. Poi aggiungeteci qualche suggestione da “Le Iene”, colpi di genio presi da “Breaking Bad” e quanto basta di tutto il repertorio cinematografico e televisivo sul tema “rapina”. Alex Pina, ideatore della serie, non si è inventato praticamente nulla: eppure “La casa di carta” si è rivelata l’indiscussa rivelazione di questa prima parte dell’anno, grazie all’uso intelligente di quei riferimenti che la serie si diverte, di tanto in tanto, a scimmiottare (“Non siamo in un film di Tarantino”, urla uno dei personaggi, proprio a sottolineare questo aspetto).

Otto individui vengono assoldati da un personaggio serio e distinto, che si fa chiamare il Professore. Questi ha selezionato la sua squadra in base alle competenze di ognuno, scegliendo per lo più uomini e donne che non hanno nulla da perdere. Il piano del Professore è ambizioso: introdurre la sua gang nella Zecca spagnola per stampare più di 2 miliardi di euro. A ciascun componente della banda viene assegnato il nome di una città, in modo tale che nessuno sappia la vera identità degli altri compagni. Compagni è la parola giusta in questo caso: il Professore vede il gruppo come una compagnia di partigiani, di Robin Hood moderni, che non intendono rubare niente a nessuno, semplicemente vogliono stampare nuovo denaro per introdurlo nell’economia (al contrario di ciò che in passato avevano fatto le banche spagnole). Una rapina che diventa metafora di rivolta sociale, di rivoluzione, volendo. Le regole sono infatti chiare: nessuno deve farsi male, nessun ostaggio deve soffrire, nessun agente di polizia deve essere colpito. Ovviamente le cose non andranno proprio così, gli otto caratteri che si introdurranno nell’edificio della Zecca (mentre il Professore gestirà le cose dall’esterno) non sono del tutto compatibili e la situazione più volte darà l’impressione di essere sul punto di implodere.

Due stagioni di alti e bassi: i picchi sono davvero molto alti, anche se la regia si concede tutti i trucchi più classici del mestiere per coinvolgere lo spettatore, dai ralenti durante le sparatorie ai flashback esplicativi, che però funzionano a dovere. Gli alti, dicevamo sono altissimi, come nell’uso memorabile di “Bella Ciao”, tema diegetico ricorrente per sottolineare le imprese del gruppo, agli espedienti del Professore per sviare le indagini della Polizia, che fanno inevitabilmente pensare alle contromosse con cui un personaggio come Heisenberg ha fatto storia. D’altra parte i bassi sono piuttosto estenuanti, come la improbabile (SPOILER ALERT) storia d’amore tra il Professore e l’ispettore della polizia Raquel Murillo, dove il livello della serie sprofonda negli abissi del sentimentalismo più banale e nell’assoluta non credibilità (rendendo il finale una marmellata di colori caldi degna de “Gli occhi del cuore”).

Ad ogni modo è una serie capace di coinvolgere lo spettatore fino in fondo, con dei cliffhanger eccellenti (“Tokyo vuelveeee!”), dei personaggi piuttosto interessanti (Berlin, Moscù e Nairobi su tutti) e una scrittura, seppur furbetta, ben assortita. Se non fosse per tutta la sotto trama sentimentale, fondamentale ai fini del racconto, staremmo a parlare di una delle serie migliori degli ultimi anni. Così non è purtroppo, ma senza dubbio la visione è appagante e vale il tempo che le si dedica.

casacarta

 

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2 pensieri su “Recensione “La Casa di Carta” (“La Casa de Papel”, 2017)

  1. si palesa una certa nota di fastidio o qualcosa che ti abbia dato davvero noia dai dai recensore dicci cos’e daiiii uomo deluso cos’é stato???

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