Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

Annie e Owen sono due estranei segnati da una grave forma di depressione. Per motivi diversi riescono ad accedere ad un programma sperimentale di un’importante casa farmaceutica che permetterà loro, attraverso uno speciale trattamento, di superare i rispettivi traumi. La cura prevede l’utilizzo di tre pillole che causeranno ai protagonisti dei veri e propri trip mentali in grado di farli viaggiare tra identità, luoghi ed epoche diverse, con lo scopo di riuscire ad affrontare e superare i problemi della vita reale.

L’accusa principale mossa a Fukunaga è di essere freddo: la sua mano non coinvolge, la scrittura è confusa e del destino dei personaggi ci interessa relativamente (e quel poco che ci interessa è dovuto più alla stima che si ha nei confronti degli attori che per altro). Va ammesso che le idee buone non mancano e che il finale è molto interessante, ma questo non giustifica la visione di 10 puntate, alcune incredibilmente soporifere. Il problema è che, guardandolo, la domanda che ronza in testa invece di essere “cosa succederà adesso?” è “quanto manca alla fine dell’episodio?”. Non è proprio una cosa buona. Occasione persa? Credo proprio di sì.

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