Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 3

cameronpost

Sono tornato a casa da poco, dopo 14 ore passate all’Auditorium. Parlare di cinema dopo aver concluso la giornata con il documentario di Michael Moore è un po’ complicato, farlo in maniera leggera come provo sempre a fare io in questo caso diventa ancora più difficile. Ci proveremo: il sabato tradizionalmente è il primo giorno bellissimo di Festival: la sveglia alle 7, dopo averla già testata nei due giorni precedenti, fa un po’ meno paura. L’odore di pane del forno sotto casa pervade il cortile del palazzo. Attraversare Roma in macchina, nel deserto del sabato mattina, è meraviglioso: la mia Bobby Jean rossa scivola spedita sul Lungotevere come la barchetta di Georgie all’inizio di “It”, il sole bacia Castel Sant’Angelo e l’Ara Pacis, il parcheggio è là che mi aspetta. Tutto fa presagire che si tratterà di una giornata bellissima.

Alle 9 si apre con “La diseducazione di Cameron Post”, vincitore del premio della giuria al Sundance dello scorso gennaio: Chloe Grace Moretz viene scoperta a baciarsi con un’altra ragazza e spedita in mezzo ai boschi in un “centro di recupero” super cattolico dove potrà “curare” la sua omosessualità grazie a Gesù e alle follie propinate dai gestori del posto. Ovviamente lei e gli altri “discepoli” capiranno ben presto di trovarsi nel luogo sbagliato. Si tratta del classico film da Sundance, intenso ma tuttavia leggero, ispirato e ben girato, con alcune scene da applausi (oltre al bellissimo siparietto sulle note di “What’s up” dei 4 Non Blondes). Piaciuto.

A proposito di Sundance, il suo fondatore Robert Redford ha deciso di abbandonare per sempre le scene con un ultimo gioiello, un’ultima perla che va a chiudere una filmografia sensazionale. “The Old Man & The Gun”, che è tratto da un’assurda storia vera, racconta le gesta di Forrest Tucker, mago delle evasioni e rapinatore gentiluomo. Sembra un film girato negli anni 70, con quella sua patina retrò e soprattutto con Redford nei panni in cui si trova più a suo agio: quelli della tenera canaglia. Il suo Forrest Tucker è un po’ il brigante Sundance di “Butch Cassidy” e un po’ il Johnny Hooker de “La Stangata”: è semplicemente Robert Redford in tutto il suo repertorio di sorrisi, malinconie e tenerezza (e da questo punto di vista Sissy Spacek non è da meno). Film bellissimo, per ora l’unica pellicola del Festival che rivedrei subito (e davvero volentieri).

Subito dopo pranzo il pomeriggio si è intensificato con la conferenza stampa di Isabelle Huppert, a Roma per ricevere il premio alla carriera, che ha trovato il tempo per omaggiare Vittorio Taviani che aveva diretto la diva francese ne “Le affinità elettive”. Tra la Huppert e Cate Blanchett in questi giorni di Festa c’è una gara di eleganza senza vincitrici. Dopo qualche foto di rito strappata a Isabelle mi sono diretto in sala stampa per la parentesi sportiva della giornata (momento peggiore di questo weekend): prima la sconfitta nella finale mondiale dell’Italia femminile di volley, poi la tremenda disfatta casalinga della Roma contro la Spal (a conferma della grande maledizione dell’Auditorium, che porta una sfiga allucinante).

Tragedie sportive a parte, in parte lenite da una manciata di cioccolatini, una volta fuori dalla sala stampa ho ritrovato Isabelle Huppert sul red carpet. Un buon modo per temporeggiare in attesa della proiezione di “Fahrenheit 11/9”, il nuovo documentario che riporta Michael Moore ai livelli del suo nome: uno schiaffo bello forte sul volto dello spettatore, una secchiata di pessimismo che atterrisce e commuove. La parabola di Trump riguarda tutti noi e ciò che sta succedendo in Italia non è casuale: il fascismo sta tornando e se non resisteremo ci investirà con tutto il suo odio e la sua violenza. L’allarme è lanciato, cosa siamo disposti a fare? Standing ovation per Michael Moore in sala, come al solito comodo nella sua felpa larga e con l’immancabile cappellino da baseball calato sulla testa. La bellezza di un Festival cinematografico è anche nella soddisfazione di poter ricoprire di applausi un regista a pochi metri da te, durante i titoli di coda del film.

Insomma, questo schiaffo in faccia me lo sono preso tutto, è stato doloroso e mi ha accompagnato a casa con una sensazione di disagio e un po’ di sgomento, motivo per cui adesso, nel raccontarvi questa giornata, non riesco a lasciarmi andare completamente. Ad ogni modo è stato un bellissimo sabato di cinema e passione, uno di quei giorni per cui vale la pena passare 14 ore fuori casa, con poche ore di sonno e con un pasto fugace al seguito, in nome di un’arte che ti avvolge come un campo magnetico e ti trascina in sala come se al mondo non ci fosse altro. E forse, in alcuni momenti, è proprio così. A domani.

oldman

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