Recensione “La Ballata di Buster Scruggs” (“The Ballad of Buster Scruggs”, 2018)

Sei episodi, sei capitoli, sei racconti di un epico libro western, storie di uomini, storie di frontiera americana. Non è un caso che la prima inquadratura del primo spezzone sia una panoramica sulla Monument Valley, mitico set dei western di John Ford, icona del cinema statunitense nonché simbolo del mito della frontiera. Probabilmente non è neanche un caso che gli episodi siano sei, come i proiettili di una Colt, colpi che esploderanno più volte lungo i capitoli del film.

“La ballata di Buster Scruggs e altre storie della frontiera americana” è il nome del libro di racconti che viene sfogliato man mano che il film va avanti. Sei storie che riguardano un fuorilegge canterino dalla mano lesta, uno sfortunato rapinatore di banche, un avido impresario errante, un determinato cercatore d’oro, un’avventurosa carovana in cammino verso l’Oregon e infine due affabili cacciatori di taglie in viaggio su una diligenza.

La scrittura dei fratelli Coen si avvale della migliore ispirazione (Miglior Sceneggiatura al Festival di Venezia), mettendo in scena il tragico teatrino dell’esistenza umana, dove ogni individuo deve fare i conti con il destino proprio e con quello degli altri, con il senso della vita o con la sua totale assenza. Sei storie: su ognuna di esse avremmo visto volentieri un intero film, anche solo per sapere cosa avrà detto Mr. Arthur a Billy Knapp.

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