Recensione “Bohemian Rhapsody” (2018)

Quando andavo alle scuole elementari un bel giorno mi capitò di conoscere una band che mi fece scoprire il significato della parola “Musica”, per me un concetto fino ad allora limitato alle pur bellissime sigle dei cartoni animati. Ovviamente parlo dei Queen, dei tempi degli speciali su VideoMusic (il canale televisivo con la grande M verde, qualcuno della mia generazione se lo ricorderà), dei tempi in cui a 9 anni durante le gite scolastiche mi sedevo sul pullman con un piccolo walkman e una selezione di cassette con gli album della band registrati sopra. Per tutti questi motivi l’idea di un film sui Queen da un lato mi stuzzicava, dall’altro mi terrorizzava. Tuttavia è bastato vedere la carrellata d’apertura che segue Rami Malek sul palco di Wembley per rilassarmi: “Questo film sa il fatto suo”, ho pensato. Ed è proprio così.

Il racconto parte dall’incontro tra Freddie Mercury e i membri fondatori Brian May e Roger Taylor (ai quali si aggiunse poi anche John Deacon) fino allo storico Live Aid del 1985 dove la band sarà consacrata alla leggenda. Certo, il nome di May e Taylor tra i produttori ci fa capire che la storia del film è quella che i Queen (senza Deacon, che dopo la morte di Freddie si è ritirato dalle scene) hanno voluto farci conoscere, quindi è certamente un punto di vista incompleto e forse parziale, ma tant’è: il film è girato benissimo, Malek è straordinario in ogni movimento, in ogni dettaglio del corpo e poi la colonna sonora, ovviamente, fa continuamente venir voglia di alzarsi in piedi per cantare e battere il tempo con le mani.

Chi pensa che “Bohemian Rhapsody” sia un film su Freddie Mercury si sbaglia: ovviamente la storia si prende la giusta libertà di approfondire la vita privata del frontman della band, ma quello che interessa a Singer è soprattutto la storia della band, in cui quattro individui ben diversi tra loro, messi insieme, trovano una chimica rara nella storia della musica. “Io ho bisogno di voi e voi avete bisogno di me”, dice Freddie in un momento cruciale della pellicola ed è proprio questa la chiave del film.

Come sempre i biopic musicali hanno il loro punto di forza nel momento in cui il protagonista passa dall’anonimato alla fama: c’è quel fermento creativo, quell’entusiasmo e quella purezza che, se raccontate bene, possono fare miracoli. Il problema è che spesso, dopo questo inizio incoraggiante, molti biopic si afflosciano su se stessi, sui soliti cliché, finendo col perdersi. “Bohemian Rhapsody”, grazie probabilmente all’esperienza di Bryan Singer (che però è stato licenziato prima del termine delle riprese), tiene botta e riesce a superare bene la pericolosissima fase centrale del film, nonostante alcune incongruenze cronologiche, apparecchiando la tavola per un ultimo atto veramente trascinante. Le mie paure sono state sconfitte, i miei dubbi dissipati: They are the Champions, my friends.

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