Recensione “La Donna Elettrica” (“Kona fer í stríð”, 2018)

Quello che l’uomo, o meglio, un ristretto numero di uomini di potere, sta facendo al nostro pianeta è un crimine, non si potrebbe definire in altro modo. Eppure le nostre battaglie quotidiane (comprese quelle di chi scrive) sono altre, troppo distratti dalle nostre mille, legittime, occupazioni. Non è così per Halla, la tenace protagonista di questo film islandese, spericolata e determinata nelle sue azioni di sabotaggio contro le multinazionali che stanno devastando la sua splendida isola.

Quello che potrebbe sembrare terreno fertile per un dramma di denuncia è in realtà una commedia, divertente nelle sue trovate fantasiose quanto lucida nell’affondare il colpo su ciò che vuole raccontare. Tuttavia è l’imponente natura (quasi) incontaminata la vera protagonista del film: il regista Benedikt Erlingsson ce la mette in mostra come un amante innamorato, fiero dell’oggetto dei suoi desideri, in una serie di bellissime inquadrature dove il paesaggio è complice della protagonista. La natura infatti offre ad Halla riparo con le sue caverne, calore con le sue sorgenti d’acqua calda e un nascondiglio sotto le carcasse delle pecore. Al di là delle bellezze paesaggistiche il film di Erlingsson ha sostanza, è ben scritto, sa quando è il momento di prendersi sul serio e al tempo stesso sa quando può concedersi deviazioni nell’assurdo, come nella meravigliosa trovata di piazzare in molte inquadrature il trio di compositori che suona la colonna sonora all’interno della diegesi del film (un po’ come il chitarrista portoghese ne “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” di Wes Anderson).

Applaudito alla Semaine de la Critique a Cannes e al Festival di Toronto, “La donna elettrica” è una delle più piacevoli sorprese di fine anno. Se a Natale al cinema avrete voglia di vedere qualcosa di diverso dalle solite commedie fracassone o da film d’azione improponibili, questo film islandese dovrebbe fare al caso vostro.

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