Recensione “Bardo” (2022)

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Il nuovo film di Inarritu si apre in una sala parto dove un neonato decide di tornare nell’utero materno perché “il mondo fa schifo”: un modo piuttosto curioso di aprire una storia ed è immediatamente chiaro che stiamo assistendo alla “cronaca falsa di alcune verità”, come sottolinea il sottotitolo del film (capiremo in seguito il senso di questa scena). “Bardo” è infatti un’opera dalla forte impronta autobiografica, tra l’onirico e il metaforico, che evidentemente ha più di un debito con il cinema di Federico Fellini (ma non solo). Si tratta del primo film di Inarritu girato e prodotto interamente in Messico dai tempi di “Amores Perros”, film che lo catapultò alla fama e gli aprì le porte degli Stati Uniti fino agli Oscar per “Birdman” e “Revenant”, ed è proprio il Messico, con la sua cultura, la sua identità e le sue radici ad essere uno dei temi più importanti del film.

Silverio è un giornalista e documentarista che vive ormai da anni a Los Angeles, dove sta per rientrare dal natio Messico per ricevere un importante premio. Nella sua città di origine deve fare i conti con il suo mondo, l’universo nel quale è cresciuto, le persone a cui è legato, i demoni del suo passato, ed è facile capire che dietro il personaggio di Silverio in realtà si cela proprio il regista premio Oscar. “Ti trasformi inevitabilmente in ciò che la gente pensa che tu sia”, afferma il protagonista del film e per gran parte dello stesso dovrà appunto fare i conti con il suo successo: la sindrome da impostore di questo alter ego del regista viene amplificata da continui sogni e metafore, sottolineandone al tempo stesso la mancanza di identità, per cui Silverio viene bollato come un servo degli statunitensi secondo i suoi compatrioti ma al tempo stesso non può neanche chiamare gli Stati Uniti “casa”, secondo uno zelante ufficiale doganale (oltre ad un figlio che spesso si ritrova a parlargli in inglese quando è in Messico e in spagnolo quando è negli Stati Uniti).

Se già in “Birdman” il regista messicano aveva messo in scena una critica all’ego artistico ed esaltato la “imprevedibile virtù dell’ignoranza”, qui va ben oltre, sottolineando come la vita non sia altro che “una serie di eventi insensati”. “Bardo” si avventura dunque tra realtà e finzione, sogno e veglia, fallimento e successo, vita e morte: è in questi equilibri che balla per circa tre ore, talvolta stupendoci, talvolta lasciandoci perplessi, ma colpendo sempre con la profondità di ciò che vuole comunicare. Non sempre ci riesce allo stesso modo, ma diamine se è bello il modo in cui ci prova!

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