Recensione “La Casa di Jack” (“The House That Jack Built”, 2018)

Il cinema di Lars Von Trier, specialmente nell’ultimo decennio, oscilla costantemente tra la genialità e la follia, in una competizione senza vincitori né vinti. Il nuovo film del regista danese, grazie al quale è stato nuovamente ammesso al Festival di Cannes dopo le infelici dichiarazioni a proposito di Hitler nel 2011, è un viaggio infernale nella mente di un serial killer: ingegnere nel cervello, architetto nel cuore, psicopatico nell’anima.

Matt Dillon, qui una sorta di folle versione di Bruce Campbell, presta il volto a questo personaggio memorabile, mentre ripercorre alcuni punti salienti della sua “carriera” da serial killer durante un viaggio negli inferi con il fantomatico Verge, in una versione dark e a tratti grottesca della Divina Commedia. Come spesso accade Von Trier divide il suo film in capitoli, o meglio in “incidenti”: ognuno di essi sarà la storia di un omicidio, di un momento di epifania “artistica” in cui l’assassino cerca di ritrovare, nel fascino morboso della morte, il senso e le contraddizioni dell’arte, ma soprattutto la correzione e lo sfogo dei difetti della sua anima.

C’è tanta voce off in questo film, intermezzi documentaristici e deviazioni intellettuali con nozioni di storia, cultura, arte, meccanica e architettura, che separano e introducono le scene degli omicidi: sono monologhi di sadismo, di puro cinismo e politicamente scorretto, che mostrano le illogiche logiche (l’ossimoro è voluto) di un serial killer e, per estensione, di Von Trier stesso. “Se hai voglia di urlare, lo dovresti proprio fare”, dice Jack in una scena e sembra lo stesso suggerimento che il regista cerca di passare allo spettatore, provando in tutti i modi a metterlo a disagio, talvolta disgustandolo, talvolta strappandogli una risata a denti stretti. Von Trier sembra amare la sua depravazione e mette in tavola argomenti concreti in sua difesa, in una sorta di summa del suo cinema (in una clip ci mostra addirittura scene dei suoi film precedenti): così non ci resta che restare incollati davanti allo schermo, per sapere cosa succederà ancora e ancora, morbosamente attratti dalla follia di ogni singola scena: è Lars Von Trier, né più, né meno.

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