Recensione “Rocketman” (2019)

Soltanto due giorni fa Tyrion Lannister ci ricordava che c’è qualcosa che unisce davvero i popoli: non è l’oro e non sono i vessilli, ma una buona storia. Il mondo del cinema ha capito che quelle dei più grandi artisti della storia musicale mondiale sono storie non soltanto belle, ma che, insieme alla loro musica, possono davvero far innamorare gli spettatori.

“Rocketman”, il biopic su Elton John, non farà soltanto innamorare gli spettatori, a tratti li farà impazzire: una delle sue qualità migliori è innanzitutto la struttura in stile musical, che rende questo film biografico tra i più interessanti del decennio, in secundis c’è lo straordinario Taron Egerton, che sembra il nome di un personaggio di “Game of Thrones”, ma in realtà è il nome dell’incredibile attore che porta sullo schermo non solo i colori, la verve e la lucida follia del pianista londinese, ma anche il suo lato oscuro, quello dei vizi, del conflitto interiore, del rapporto mai davvero risolto con i suoi genitori, che volendo è un po’ il leitmotiv di ogni biopic musicale. Il regista Dexter Fletcher (che aveva anche concluso le riprese di “Bohemian Rhapsody” dopo l’allontanamento di Singer) riesce però ad evitare la buccia di banana della banalità, mantenendo il film sui binari del cinema di grande qualità.

Non so se si può definire una coincidenza, eppure c’è qualcosa che torna continuamente in ogni film biografico, soprattutto in quelli che raccontano le vite dei musicisti: la prima parte, quando l’entusiasmo e la fase creativa sono a livelli così puri da poter quasi vedere una sorta di aura che investe i predestinati, è sempre magnifica, eccitante, perché lo spettatore già sa che tu, il protagonista, in quel momento una persona comune come ognuno di noi, sei in procinto di diventare una leggenda. A fare da contrappunto al primo atto del film, di ogni film di questo genere, c’è sempre un’altra parte che riguarda il rapporto del protagonista con il successo, con la solitudine, con i propri demoni personali che tornano a porgerti il conto da pagare, ai quali non importa se ti chiami Johnny Cash, Ray Charles, Freddie Mercury o Elton John. A dividere queste due grandi sequenze, c’è il momento dell’esplosione, c’è il turning point, c’è il momento in cui il mondo viene a conoscere della tua esistenza. Questo apice, se realizzato bene, può trascinarti alla grande nella fase successiva del film, oppure, se non abbastanza efficace, può rendere tutto il resto semplice routine. “Rocketman” esce indenne da questo climax grazie ad una scena pazzesca, da inserire immediatamente nell’Olimpo delle migliori scene musicali mai girate: il momento in cui Elton John fa volare il pubblico del Troubadour di Los Angeles sulle note di “Crocodile Rock”, che rende davvero complicata la permanenza dello spettatore sulla sedia, per il semplice motivo che ti fa venire voglia di saltare e di volare e poi di essere là, in mezzo alla folla, a sudare, urlare, gioire, con tutto il vigore e tutta la bellezza di una serata che può segnare i ricordi di una vita. Egerton e la musica di Elton John sono decisamente due magnifici motivi per andare a vedere questo film, non farlo sarebbe un peccato.

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