Recensione “The Boys” (2019)

Solitamente tutto ciò che gira intorno ai supereroi mi annoia tremendamente. L’ultima serie di casa Amazon tuttavia fa eccezione, dando nuova linfa ad un filone di cui sono troppo poco competente per fare confronti, paragoni e analisi. Ad ogni modo è una serie riuscitissima, dove dietro ai costumi e ai superpoteri altro non c’è che un enorme specchio della società americana, basata sulla competizione, sul profitto, sull’ipocrisia cattolica e soprattutto, sul capitalismo (senza lasciare in secondo piano temi attuali negli States come i casi di molestie e il movimento “me too”). Inoltre per uno che non ama affatto i supereroi, non c’è niente di meglio che vederli dall’altra parte della barricata, come i veri antagonisti della storia, al tempo stesso però vittime della società privata alla quale appartengono, la Vought, che sfrutta al massimo le loro prestazioni e li condanna ad una vita che non si sono scelti (ma qui entriamo in un discorso molto più ampio e complicato sul ruolo del carnefice, sulle responsabilità di chi rende malvagi gli individui: la natura umana – o sovrumana, in questo caso – o la società in cui sono cresciuti).

Hughie è un ragazzo newyorkese impiegato in un negozio di elettronica. Un giorno, mentre sta passeggiando con Robin, la sua ragazza, uno dei supereroi che si occupano della sicurezza della città attraversa la donna involontariamente, disintegrandola all’istante. La società che si occupa dell’immagine e delle prestazioni dei supereroi, i cosiddetti Sette, osannati dalla folla, vuole insabbiare la vicenda con un assegno generoso nei confronti di Hughie. Il ragazzo però vuole giustizia e, con l’aiuto di un gruppo di individui più o meno raccomandabili, i “Boys” del titolo, tenterà di far luce su tutto ciò che si nasconde dietro i cosiddetti Super.

Tra “Watchmen” e gli “X-Men”, se proprio bisogna trovare dei riferimenti, la serie di otto episodi creata da Eric Kripke e prodotta da Seth Rogen (ma basata su un fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson) diverte e coinvolge, è senza dubbio pop nelle intenzioni (basti pensare alla colonna sonora con i Clash, le Spice Girls, i REM, Billy Joel e molti altri o ai camei di Haley J. Osment, Seth Rogen, Simon Pegg) ma conserva comunque i suoi lati più cupi, metaforiche ferite che non si rimarginano, demoni interiori da combattere quotidianamente, ancor più pericolosi di quelli esterni, tuttavia anch’essi (super)minacciosi. La seconda stagione è già in cantiere e, a quanto dicono gli autori, ne vedremo delle belle.

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