Recensione “Blinded By The Light” (2019)

C’è un curioso rapporto tra il cinema e Bruce Springsteen. Il Boss, uno dei cantautori più amati al mondo, aveva partecipato ad un divertente cameo nel film cult “Alta Fedeltà” di Stephen Frears. Prima di allora Sean Penn, nel suo debutto alla regia, aveva basato il suo “Lupo Solitario” interamente sulla canzone “Highway Patrolman” del Boss. In seguito le sue canzoni hanno ispirato splendidi documentari (“Springsteen and I”) o ancora altri film (“Thunder Road”, meravigliosa pellicola indipendente purtroppo inedita in Italia).

In fondo a questa lista va aggiunto oggi il nuovo film di Gurinder Chadha, già regista di “Sognando Beckham”, che torna di nuovo sul racconto di formazione interculturale mettendo al centro della storia la musica di Bruce Springsteen. La storia si basa sul libro autobiografico del giornalista Sarfraz Manzoor (“Greetings from Bury Park”), tuttavia rispetto all’opera letteraria “Blinded By The Light” giustamente si concede alcune licenze e soprattutto tenta di prendersi un po’ meno sul serio, guadagnando in leggerezza.

Javed, ragazzo nato in Inghilterra ma di famiglia pachistana, cresce nella grigia provincia di Luton. La sua è una vita di stenti e di privazioni, soprattutto per il rapporto complicato con il padre conservatore: il mondo sembra andar avanti per tutti tranne che per lui. Un giorno Javed scopre la musica di Bruce Springsteen e da allora niente è più lo stesso, i testi del Boss danno voce ai pensieri reconditi del ragazzo, gli infondono una rinnovata fiducia in se stesso e spingono Javed ad assecondare i proprio desideri.

“Blindeb By The Light” rispecchia pienamente la poetica delle canzoni di Springsteen, suggerendo una via di fuga dall’inferno quotidiano, assottigliando la distanza tra il luogo sognato e quello vissuto, ma soprattutto offrendo un’alternativa ad una vita già impostata su binari scelti dalla famiglia o dalla società. I suoi testi fluiscono sullo schermo, esplodendo nelle casse del cinema: da “Dancing in the Dark” a “Promised Land”, da “Prove All Night” ad una versione musical di “Thunder Road”, da “Jungleland” e “The River” fino all’intramontabile carica di “Born to Run”, solo per citarne alcune. Nella versione italiana il film subisce indubbiamente la mancanza dei sottotitoli durante le scene musicali, visto che i testi delle canzoni sono parte totalmente integrante del racconto (“è una città piena di perdenti e io me ne sto andando per vincere”, dice ad esempio il finale di Thunder Road, che apre il primo articolo dell’aspirante giornalista Javed): da questo punto di vista si perde qualcosa del messaggio che il Boss e la regista hanno provato a comunicare, ma questa non è di certo una mancanza della pellicola, che al contrario centra pienamente il punto, spingendo forse un po’ troppo sul pedale dei buoni sentimenti ma al tempo stesso strappando emozioni, brividi e applausi per il modo in cui riesce a raccontare una piccola storia di provincia attraverso la musica di uno dei più grandi musicisti rock di sempre. Lo stesso Boss ha aperto la premiere statunitense del film con un concerto nel suo New Jersey, dando la sua benedizione alla pellicola: basterebbe questo per correre al cinema, anche perché “tramps like us, baby we were born to run”.

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