Festa del Cinema di Roma 2019 – Giorno 3

Da che mondo è mondo il sabato di Festival è il giorno più ricco, ma non mi sarei mai aspettato che sarebbe stato così impegnativo. Il motivo è che questo è probabilmente il primo anno su 14 edizioni in cui riesco ad entrare a tutti gli incontri tra gli artisti con il pubblico (o almeno a tutti gli incontri a cui decido di presenziare, visto che sarebbe massacrante assistere a tutto il ricchissimo programma della Festa). E così il resoconto di oggi si chiude con due film visti, una conferenza stampa, due incontri con il pubblico e ben 15 immagini raccolte per il progetto Film People.

Andiamo con ordine. Il sabato è il mio giorno preferito perché al mattino Roma è deserta e il viaggio da Garbatella al Flaminio è una passeggiata di salute. Arrivo talmente presto da trovare il bar chiuso, quindi devo aspettare le 8.30 per fare colazione. Alle 9 c’è il primo film di giornata, la proiezione stampa di Military Wives, di Peter Cattaneo, celebre per il successo di Full Monty. La storia (vera) racconta, come si potrebbe immaginare dal titolo, le vicende delle mogli dei soldati mandati in missione in Afghanistan. Le signore, tutte residenti al campo base, si devono ingegnare in attività ricreative per distrarsi dai pensieri cupi che le potrebbero assalire quotidianamente: ogni telefonata in arrivo infatti potrebbe racchiudere una comunicazione fatale. Kristin Scott Thomas propone così di formare un coro, che lentamente troverà la sua chimica e il suo ritmo. Sembra un film scritto con il pilota automatico, ma devo dire di essermi divertito più di quanto mi aspettassi: le canzoni scelte per il coro sono quasi tutte dei classici degli anni 80, i personaggi sono divertenti: nel film potrete trovare tutti i pregi delle commedie britanniche e questo è senza dubbio un punto a favore.

Finita la proiezione resto in Sala Petrassi per il film delle 11, The Farewell (Una bugia buona), di cui si parla molto bene. Non è un caso dunque che si tratti del film rivelazione della Festa del Cinema, almeno per ora: tratto da una bugia vera (come è sottolineato nell’incipit) è la storia di una famiglia cinese che vive a New York. Alla nonna, che vive in Cina, viene diagnosticato un tumore ma tutta la famiglia, sia quella finita negli States, sia quella rimasta in patria, decide di non rivelare nulla alla donna, secondo una tipica usanza locale. Viene dunque improvvisato un matrimonio per far sì che tutti i parenti possano riunirsi intorno alla nonna senza destare alcun sospetto. Il film si muove perfettamente tra toni da commedia e toni drammatici, non perdendo mai di vista la storia che vuole raccontare. Verrà distribuito anche nei cinema italiani e vi suggerisco di segnarvi il titolo.

Si sono fatte quasi le 13, sono in Petrassi dalle 8.40 e sono “costretto” a rimanerci, visto che stanno per arrivare due incontri stampa piuttosto interessanti: Kore’eda Hirokazu e Bill Murray, che nel pomeriggio incontreranno il pubblico. Convinto che Kore’eda parlerà in inglese (convinzione dettata più dalla pigrizia di dover scendere le scale piuttosto che da ragioni solide e razionali) deciso di non prendere l’auricolare con la traduzione simultanea, con il risultato di ascoltare mezzora di conferenza stampa in giapponese. Non capisco una singola parola, ovviamente, ma la voce del regista è talmente calma e pacata che mi rilasso enormemente: quanto amo questa placidità tipicamente orientale e vivendo da più di sei anni a Garbatella tra gli “ao” e i “mortacci” urlati dalla strada, questa mezzora di semi-silenzio è un dono.

Il regista giapponese lascia la sala e noi tutti aspettiamo con impazienza l’arrivo di Bill Murray. Al suo posto però arriva Antonio Monda, direttore della Festa, che ci comunica che Bill Murray è ancora in pigiama nella sua stanza d’albergo e che non farà in tempo ad arrivare. D’altronde chiamarsi Bill Murray ha i suoi vantaggi: puoi fare quel cavolo che ti pare. Non siamo contentissimi di questa cancellazione improvvisa, anche perché sarà più difficile riuscire a trovare un posto per l’incontro pomeridiano con il pubblico, dove riceverà il premio alla carriera dalle mani di Wes Anderson.

Il forfait di Bill mi permette di mangiare con calma il mio panino col salame e di dedicarmi seriamente ai ritratti per il progetto Film People: oggi, grazie anche ad enormi aiuti esterni, riesco a collezionare ben 15 ritratti e altrettante storie. Ben presto troverete i nuovi ritratti, che vanno da “Magnolia” a “Pulp Fiction”, passando per “Lolita”, “American Psycho”, “Into the Wild” e molti altri, sul sito del progetto. Fine del messaggio pubblicitario.

Si sono fatte le 15.30 e, prima di entrare all’incontro ravvicinato con Ron Howard, mi ritrovo a pochi passi da Alexandra Daddario. Il colpo di fulmine non dura molto perché devo scappare in Sinopoli per l’incontro con il regista, ma cara Alexandra sappi che non ho dimenticato il modo in cui si sono incrociati i nostri sguardi (se poi lei l’ha già dimenticato questo è un problema suo, o forse più mio, ad ogni modo è un problema). Al di là di queste infatuazioni a portata di mano, l’incontro con Ron Howard si rivela più divertente di quanto potessi credere: il buon Ron racconta la sua carriera, sia quella da attore che quella da regista, ringraziando l’Italia per come ha risposto a “Happy Days” (a quanto pare il nostro è il Paese in cui il celebre telefilm ha avuto più successo nel mondo). Il momento più alto è stato senza dubbio un aneddoto a proposito di Bette Davis, che lo stesso Howard ha diretto quando lei aveva quasi 70 anni e lui era poco più che un ventenne: l’attrice insisteva a chiamare Ron con un formale Mr. Howard, lui le diceva di chiamarlo Ron e lei rispondeva “Prima di chiamarti per nome devo decidere se mi piaci o no!”. Il giorno dopo, in seguito ad un momento in cui il regista si è dimostrato all’altezza, l’attrice lo ha salutato con un allegrissimo “A domani, Ron!” e una sonora pacca sul culo. L’aneddoto, raccontato e mimato dallo stesso Ron Howard, è stato davvero esilarante (e sicuramente più divertente di come l’ho riportato).

Si avvicinano le 17.30 e, con mia grande sorpresa, riesco a rimediare un ingresso per l’incontro con Bill Murray. Già dalle primissime battute tra l’attore e Wes Anderson si capisce che sarà un evento fuori dal comune. Bill chiede al pubblico se c’è qualcuno che vuole salire sul palco: si alza una mano e una signora viene invitata a salire. Si tratta di Frances McDormand che zompetta per la sala e salta sul palco per sedersi in grembo a Bill Murray: “Lui per me c’è sempre stato e io ho voluto esserci per lui”, le parole dell’attrice. Inoltre tra il pubblico c’è anche Edward Norton, che incontro per il terzo giorno consecutivo e che praticamente sto frequentando più della mia ragazza. Bill Murray e Wes Anderson vanno avanti per un’oretta buona, tra clip dei film dell’attore e aneddoti, battute e gag. Non sto qui a raccontarvi cosa è stato detto perché ogni parola non renderebbe onore al volto che l’ha espressa: Bill Murray conferma quel suo talento nel muovere anche solo un sopracciglio e scatenare una risata, qualcosa che davvero non si può raccontare (posso solo accennare al fatto che un paio di giorni fa Murray e Anderson si sono seduti ad un bar a fare un aperitivo e mentre bevevano hanno parlato di un nuovo film che cominceranno a girare il prossimo anno). Nel finale i due si intrattengono a salutare il pubblico e riesco anche a stringere la mano all’attore, che mi guarda e sussurra “thank you” (cosa che comunque ha fatto con un altro paio di decine di persone).

La giornata si conclude così, piena di contenuti, di simpatiche emozioni, di passione, di buoni film e soprattutto con una voce di corridoio piuttosto interessante: dopodomani Martin Scorsese, all’Auditorium per “The Irishman”, porterà con sé anche un attore del film. E scatta subito il toto-nome: domani probabilmente ne sapremo di più.

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