Recensione “The Irishman” (2019)

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Martin Scorsese è come quell’amico che speri sempre di trovare ad una festa, perché senza di lui mancherà sempre quella certa atmosfera. Per fortuna il nostro alla Festa del Cinema di Roma si presenta eccome, con uno dei suoi film più chiacchierati (sia per la rimpatriata di attori che per la distribuzione su Netflix), che è puro Scorsese anni 80, forse meno iconico, volendo anche meno divertente, ma senza dubbio più maturo, più amaro, più malinconico, con una lunga riflessione sulla mortalità, sul passare del tempo e sul rimpianto.

Una lunga carrellata su un corridoio e in sottofondo “In the still of the night” dei Five Statins: in neanche dieci secondi ci sentiamo già dentro a un nuovo classico di Martin Scorsese, un grande spaccato della storia americana del secolo scorso osservato attraverso gli occhi del gangster Frank Sheeran, che dal dopoguerra in poi ha affiancato alcuni dei personaggi più influenti della criminalità organizzata statunitense, tra cui la famiglia Bufalino di New York e il leggendario sindacalista Jimmy Hoffa, la cui storia è al centro del film.

Sorvolando sulla riuscita del ringiovanimento digitale dei vari Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci (un espediente che non ho trovato affatto fastidioso, sicuramente migliore rispetto all’eventuale scelta di un cast di attori più giovani), Martin Scorsese per la prima volta coinvolge la Storia americana negli eventi del film: al di là della vicenda Hoffa, sotto gli occhi dei personaggi scorrono elezioni presidenziali, la morte di Kennedy e lo scandalo Watergate, un campo da gioco sul quale si muovono i fili della politica e della criminalità, che spesso si intrecciano tra loro. È difficile raccontare a caldo 210 minuti di cinema, di citazioni e autocitazioni, di sentimenti, di ricordi, mentre nel frattempo il tempo passa e la gente muore (non sempre per cause naturali). Un’epopea che racchiude al suo interno tutto il cinema di Martin Scorsese: tre ore e mezza che volano e altro non fanno se non confermare la grandezza di questo autore, che con questo ennesimo caposaldo del genere chiudo il cerchio su un tipo di cinema che lui stesso ha creato e che, con tutta probabilità, finisce oggi, grazie anche ad un finale che non poteva essere più perfetto. “The Irishman” è il testamento ideale di uno dei più grandi registi della storia del cinema: non vedo l’ora di vederlo di nuovo.

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