Recensione “Parasite” (2019)

Guardare un film di Bong Joon-Ho senza sapere neanche un accenno di trama è sempre un’esperienza particolare: il regista di Memories of Murder e Snowpiercer sa come prendere deviazioni imprevedibili, ma la cosa più importante è che nel farlo non perde mai di vista il racconto. Parasite si presenta con la Palma d’Oro di Cannes sul curriculum, dove le differenze sociali e di classe sono al centro di una storia geniale nella sua originalità, spiazzante nel suo svolgimento e gratificante nella sua assurda risoluzione.

Ki-Woo vive con la sorella e i genitori in un appartamento sotto il livello della strada, che la famiglia osserva costantemente dall’unica finestra di cui è dotata, come fosse una tv. Un giorno un suo amico gli propone di sostituirlo come insegnante di inglese a casa di una ricca famiglia borghese, dove il ragazzo, dopo aver conquistato la fiducia della padrona di casa, riuscirà pian piano a far assumere, sotto false identità, anche il resto della sua famiglia.

Due famiglie composte da quattro elementi e due finestrone composte da quattro pannelli: i due appartamenti dunque come possibile chiave di lettura di un film che offre parecchi livelli di approfondimento. Il primo, quello della famiglia di Ki-Woo è disordinato e pieno come un uovo, da vivere alla giornata, ma anche dall’aria perfettamente genuina. L’altro, quello della famiglia ricca, è invece perfetto, freddo nella sua simmetria, quasi asettico, che sembra aver bisogno del caos che ospiterà al suo interno. In questi due contesti si muovono due famiglie diversissime tra loro, una con un piano di vita ben preciso, l’altra senza alcun progetto, perché l’unico piano che non può fallire e quello che non c’è (la vita crea delle aspettative che poi vengono deluse, quindi tanto vale non averne mai, suggerisce uno dei personaggi). Tra ironia e dramma famigliare, con incursioni nel thriller psicologico, Parasite non sbaglia mai e centra sempre il punto rendendo credibile ogni cambio di marcia, ogni registro utilizzato. Uno dei migliori film dell’anno.


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Una risposta a “Recensione “Parasite” (2019)”

  1. Avatar Alessandra
    Alessandra

    Stupendo nella sua commistione di generi e toni. Impressionante nella sua lucida e al tempo stesso grottesca fotografia di due classi sociali perfettamente messe a confronto.

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