Star Wars Episodio IX: un’ultima occhiata ai nostri amici

“Do un’ultima occhiata signore, ai miei amici”. Basterebbe questa splendida frase di C-3PO (che avevamo già ascoltato nel trailer, non è uno spoiler!) a riassumere “L’ascesa di Skywalker”, il nono film della saga di “Guerre Stellari”, che da 42 anni ci emoziona e ci ispira, trasmettendoci valori di amicizia, inclusione, ribellione contro l’oppressione e molto altro. Un’ultima occhiata che già da sola basterebbe a farci amare Episodio IX, che richiama in sella J.J. Abrams, taglia via tutto ciò che non serve per regalarci un ultimo viaggio insieme agli Skywalker. Se la recensione pubblicata a caldo era totalmente spoiler free, questo approfondimento, in quanto tale, è riservato soltanto a chi ha già visto il film. Siete avvisati.

“Spoiler in arrivo!”

Partiamo dall’inizio. L’incipit mi è piaciuto da pazzi: “I morti ci parlano!”, prima frase a scorrere sui tipici titoli di testa è un’apertura da “Star Wars” e la comparsa di Palpatine, seppur già annunciata dai trailer, è emozionante. La musica di John William ovviamente aiuta, ma basta davvero un attimo per entrare nuovamente in quel mondo che tanto amiamo. Ok, non ci voleva molto, ma è già un buon inizio.

La parabola di Rey continua ad essere interessantissima, il suo personaggio è uno dei miei preferiti in assoluto della saga: un eroe femminile, con le sue fragilità, le sue debolezze, le sue lacrime, ma anche la consapevolezza della sua forza (e anche Forza, ovviamente), del suo coraggio, della sua determinazione. Mi ero innamorato di lei dopo una decina di secondi di Episodio VII, ora che è un Jedi è decisamente diventata una delle donne della mia vita. Ho trovato bello vederla addestrata da Leila, che a sua volta in passato è stata introdotta alle vie della Forza da Luke (stupendo il flashback con Mark Hamill e Carrie Fisher giovani, certo, è proprio pappa messa in bocca ai fan, ma ne mangerei a tonnellate!). Il fatto che sia la nipote di Palpatine forse non è totalmente credibile (Nonno Palpatine?? Davvero?), ma è davvero una bella pensata: non ci sarebbe arrivato davvero nessuno ed è stata una rivelazione piuttosto spiazzante, anche se quei fulmini lanciati nel deserto, beh, un pochetto ci avevano fatto pensare.

J.J. Abrams non rischia niente, la butta un po’ troppo in caciara probabilmente (troppa azione per i miei gusti), gioca sul sicuro e cerca di non deludere nessuno. Poteva fare un film migliore? Sicuramente sì. Comprendiamo le critiche? Senza dubbio. Onestamente però mi ha dato ciò che volevo: un paio d’ore di pianeti strambi, oggetti spostati con il pensiero, un po’ di ribelli sugli X-Wing e la musica di John Williams, il resto mi interessa relativamente. Sono consapevole di essere il “cliente” ideale della Disney: quello che si prende tutto così com’è, si fa poche domande, perde la razionalità e si gode lo spettacolo. Per questo motivo il film non ha un momento di pausa, non ti dà neanche il tempo di fermarti a riflettere, vuole solo intrattenerti, magari strizzarti l’occhio, farti ricordare il motivo per cui hai amato questa avventura quando eri piccolo e farti sentire un po’ triste per la fine di una storia alla quale vuoi più bene di quanto dovrebbe concederne un adulto responsabile.

Che Kylo Ren rinsavisse lo davamo per scontato tutti: era praticamente certo che sarebbe tornato ad essere Ben Solo, che avrebbe salvato Rey e che sarebbe caduto dopo la battaglia, così come fece nonno Darth Vader ne “L’impero colpisce ancora”. Ren è un bel personaggio ed è stata eccellente la decisione di farlo interpretare ad Adam Driver, un attore (bravissimo) al quale è davvero difficile non voler bene, che infonde nel suo personaggio quell’umanità che probabilmente Vader sembrava non avere, almeno fino a quando non scaraventa Palpatine giù per quel condotto, o quello che è (motivo per cui è stato uno dei più grandi antagonisti della storia del cinema). La fragilità rabbiosa di Ren è una delle cose più riuscite di questa nuova trilogia, così come il suo dualismo con Rey: due facce della stessa medaglia, sulla quale Abrams non ha esitato a concentrarsi. I loro confronti, sia mentali che fisici, sono praticamente ovunque in questo film e alla lunga forse appaiono anche un po’ ridondanti, ma in qualche modo necessari per lo sviluppo della trama, che non sarà mai questo capolavoro, ma che alla fine fa il suo dovere: riportarci alla mente le emozioni basilari di Guerre Stellari.

Hai voglia a dire che “devi dimenticare il passato, ucciderlo se necessario” e cose del genere: il fantasma della saga è troppo ingombrante per fare a meno della sua presenza, la sua eredità è pesante quanto l’inevitabile comparsa sulla scena di Han Solo, Luke e Leila, del Millennium Falcon, di Chewbecca (che finalmente riceve la medaglia che gli era stata negata in Episodio IV!!!) e, dulcis in fundo, Lando Carlissian (senza citare i droidi o il mitico Wedge “Capo Rosso” Antilles!). Rey, come detto, è davvero un personaggio bellissimo, ma anche questo film non può fare a meno dei riferimenti a quel passato che ci teniamo stretto come l’ultima mozzarellina di bufala rimasta nel piatto, perché senza di esso non avrebbe neanche senso fiondarsi al cinema a quasi 40 anni per vedere gente che si spara i laser addosso. Per questo è stato stupendo ascoltare le voci di tutti i Jedi unirsi a Rey nel momento decisivo: Anakin, Obi Wan, Yoda, credo anche Windu, se non dico stupidaggini. Sono tutti parte di un immaginario al quale né noi, né Rey nel momento topico, non possiamo rinunciare, perché come la giovane ragazza porta con sé lo spirito di tutti i Jedi del passato, così noi siamo composti al 90% dei film che abbiamo visto.

Lo stesso finale è un altro, l’ennesimo, regalo ai fan: ma siamo sotto Natale e io i regali me li prendo tutti, ma che ce frega! Ed è così che J.J. Abrams ci riporta a Tatooine, dove Luke era cresciuto e dove Rey, non avendone più bisogno (un po’ speriamo il contrario…) seppellisce le spade laser dei gemelli Skywalker. Quando le viene domandato il suo nome, la ragazza, che fino ad allora si è identificata semplicemente come Rey, dopo la comparsata degli spiriti di Luke e Leila (strizzatona d’occhio al finale de “Il ritorno dello Jedi”?), si accaparra il cognome più ambito, affermando di chiamarsi Rey Skywalker. Il doppio tramonto di Tatooine, con le sagome di Rey e BB8 di spalle, grazie anche al tema della Forza di John Williams, fa il resto e ci abbandona in una sorta di masturbazione stellare, dove pur sapendo di fare il gioco della Disney (come ben raccontato da Leo Ortolani dopo l’uscita di Episodio VIII, tutte queste strizzatine d’occhio non devono far bene ad Abrams), accettiamo la citazione, ce la coccoliamo, la metabolizziamo al volo e giù i brividi, le emozioni e la nostalgia. Il film finisce qui.

Ho trovato bello il discorso sull’identità, che è una delle chiavi di lettura del film e soprattutto di questa nuova trilogia: Rey per tutto il tempo cerca di capire da dove viene, cerca di scoprire chi sia. Contemporaneamente Kylo Ren cerca di staccarsi dalla sua identità, pur mantenendo forte il legame con il mito del nonno. Anche in questo il loro dualismo ha funzionato: da una parte una protagonista anonima che cerca il proprio nome, la propria identità, dall’altra un antagonista che discende da una famiglia importante, dal nome ingombrante, che cerca in ogni modo di abbandonare.

Probabilmente mi sono perso in un disordinato flusso di pensieri, di idee, di considerazioni, alcune forse senza capo né coda, in attesa di una seconda visione un po’ più distaccata, che mi permetterà senza dubbio di capire che film è stato da un punto di vista cinematografico e che forse mi farà aggiornare in maniera un po’ più sensata questo approfondimento. Fa un po’ strano pensare che Star Wars sia finito: certo, possibile anche che tra dieci o vent’anni vedremo una nuova trilogia, ché alle smentite della Disney ci posso credere fino ad un certo punto, ma di certo non vedremo mai più Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill. Per questo trovo difficile non amare questo Episodio IX: in fondo è soprattutto un’ultima occhiata ai nostri amici…

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