Recensione “The Office” (2005-2013)

Negli ultimi anni ho cominciato a sentir parlare moltissimo di questa serie tv. C’è chi la citava continuamente, chi sui social rispondeva ad ogni commento con una gif di Steve Carell, fino a quando ho deciso che era arrivato il momento di dargli un’occhiata: “The Office” è la classica serie che ti fa domandare come sia stato possibile vivere fino a questo momento senza averla mai vista. In 201 episodi spalmati sulla bellezza di nove stagioni, la serie creata da Ricky Gervais (produttore esecutivo di questa versione statunitense, remake della omonima serie britannica, molto più breve) ci porterà alle risate più inaspettate condite da alcuni, rari ma significativi, momenti di riflessione in cui è inevitabile pensare alle nostre vite, alle amicizie, agli innamoramenti, ma soprattutto alla vita lavorativa di molti di noi.

La serie racconta le vicende, personali e lavorative, della filiale di un’azienda cartiera sita nell’anonima cittadina di Scranton, in Pennsylvania. Il manager della filiale della Dunder Mifflin è Michael Scott, un egocentrico quarantenne che vessa continuamente i suoi impiegati con battute inappropriate e commenti totalmente fuori luogo. Il resto dell’ufficio si divide tra chi cerca di lavorare aspettando la fine della giornata per tornare alla sua vita e chi non riesce a trattenere la propria personalità (auto)distruttiva: il belloccio e intelligente Jim, ad esempio, cerca di sopravvivere all’inferno quotidiano sfidando in un’eterna rivalità Dwight, paranoico, nerd e repubblicano. C’è la timida segretaria dal cuore d’oro, Pam, l’inetto e ingenuo Kevin, la bigotta Angela, il messicano saputello e omosessuale Oscar, l’annoiato e scorbutico Stanley, il sociopatico Creed, l’alcolizzata esibizionista Meredith e molti altri.

Il fatto che si parli di un’azienda che vende carta nel primo decennio del nuovo millennio, dominato dal digitale, restituisce immediatamente il senso di inappropriatezza che permea l’intera vicenda, non a caso uno dei temi principali e forse l’unico scopo al quale ambiscono i personaggi è quello di restare a galla, di non perdere il posto e soprattutto evitare la chiusura della filiale in cui lavorano, in una sottile ma furba critica al capitalismo e al concetto stesso di produttività come ragione di vita. Alla base della storia, un documentario girato da una rete televisiva sull’ufficio del titolo: l’idea di un mockumentary in formato sit-com permette ai protagonisti di tirare fuori tutto il loro carico demenziale, in un continuo tentativo di compiacere gli spettatori del documentario (cioè noi) tramite sguardi in macchina che inevitabilmente creano un legame tra chi guarda e chi viene ripreso, che talvolta richiama empatia, talvolta comicità. Le immagini sono perfettamente intervallate da piccole interviste ai singoli personaggi (spesso soltanto una frasetta di commento) in una sorta di confessionale dove le scene appena viste diventano ancora più paradossali o dove scopriamo che la situazione è opposta a ciò che abbiamo appena visto.

Il segreto di “The Office” è probabilmente quello di estremizzare i difetti di un gruppo di impiegati che potrebbero essere i nostri amici, i nostri colleghi di lavoro e magari anche noi stessi, nel nostro disperato tentativo di sentirci accettati, di non sentirci soli, semplicemente di esistere. Si tratta di una assurda normalità, resa in maniera folle dalle battute inappropriate di Michael, dagli atteggiamenti irritanti di Dwight, dagli scherzi continui di Jim in una sorta di malato e spassoso omaggio al cinema verità tanto caro a Dziga Vertov, dove al posto di cinema parliamo invece di sit-com (“Un cinema verità che superi l’opposizione fra cinema romanzesco e cinema documentaristico, un cinema di autenticità totale, vero come un documentario ma col contenuto di un film romanzesco, cioè col contenuto della vita soggettiva”, diceva il sociologo francese Edgar Morin). Perché come afferma Pam in uno dei commoventi episodi finali: “Una comune azienda cartiera come la Dunder Mifflin è perfetta come soggetto di un documentario: anche nelle cose più comuni c’è tanta, ma tanta bellezza”. Se dunque non avete ancora visto “The Office”, fatelo immediatamente: è lungo ma irresistibile.

“That’s what she said!”.

the office, locandina, poster

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