Capitolo 284

Altro capitolo dedicato al cinema d’essai. D’altronde in questo periodo senza nuove uscite né proiezioni stampa, dobbiamo in qualche modo accontentarci. Ma se accontentarsi significa recuperare o rivedere capolavori del passato, direi che quasi potrei rinunciare a tutti i film programmati per il 2020 (tranne Wes Anderson, ovviamente). Le mie serate in quarantena si sono ormai trasformate in un cineclub d’autore, quasi quasi mi invidio da solo.

Robin Hood (1973): La settimana scorsa dicevo che l’unico motivo per cui proverei Disney+ è per rivedere “Robin Hood”. Tanto ho fatto, tanto ho detto, che come ho finito di scrivere lo scorso capitolo me lo sono subito rivisto: è forse l’unico film d’animazione che rivedrei ogni giorno senza mai stancarmi: gli insegnamenti di Robin Hood mi hanno educato sin da quando ero piccolo e se non fosse stato per quella volpe e la sua combriccola, beh, chissà che tipo di persona sarei stato oggi. Interessante vederlo in questo periodo: Cantagallo canta “ogni città qualche guaio ha…” e subito pensi ai giorni che stiamo vivendo.

La Strada (1954): A spizzichi e bocconi, continua il mio omaggio ai 100 anni dalla nascita di Federico Fellini, che ho cominciato a gennaio e proseguito finora con visioni e revisioni dei suoi migliori film. Il rapporto tra la candida Gelsomina e il burbero Zampanò (un Antony Quinn vagamente somigliante a Gigi Buffon) sono il centro di un racconto quasi favolistico, dove ognuno è padrone e al tempo stesso schiavo del suo destino. Immortale (tra l’altro scelto anche come film della vita nel progetto Film People).

Il calamaro e la balena (2005): L’unica concessione al nuovo millennio è stata per un bellissimo Baumbach d’annata, che racconta la storia di un matrimonio in tutt’altro modo rispetto allo splendido “Marriage Story”: se il film dell’anno scorso è ispirato al suo divorzio con Jennifer Jason Leigh, “Il calamaro e la balena” affronta il divorzio dal punto di vista dei figli (chissà che anche questo non sia stato ispirato da una storia personale, anche se onestamente non ho idea su quale sia il rapporto tra i genitori di Baumbach). Curiosamente questo film è stato invece girato subito dopo il matrimonio con l’attrice. Bellissima la citazione di Jeff Daniels a “Fino all’ultimo respiro”, che avevo rivisto proprio due giorni prima di rivedere questo film: adoro quando trovo dei fili conduttori tra film che vedo nello stesso periodo. Non perdetevelo, è su Netflix.

Frank Costello faccia d’angelo (1967): Prima di tornare definitivamente agli anni 50, fermiamoci un momento al 1967, con questo classico polar (poliziesco-noir alla francese) firmato da Jean-Pierre Melville e che segna l’inizio della sua collaborazione con Alain Delon. La frase d’apertura già dice tutto: “Non esiste solitudine più profonda del samurai se non quella della tigre nella giungla” e spiega il titolo originale che, appunto, è “Le Samourai”. Il film vede il tentativo di fuga di un uomo che ha appena ucciso per soldi il proprietario di un night club: la Parigi di Melville è tutto fuorché un’immagine da cartolina, è anzi una città cupa, sporca, dove una tigre solitaria cerca di seminare i lupi che ha alle calcagna (tra i momenti più belli del film c’è il pedinamento sul metrò).

Un tram che si chiama desiderio (1951): Un titolo che chiunque ha sentito nominare e che non tutti abbiamo visto (io almeno, me l’ero perso fino all’altro giorno). A parte il fatto che Marlon Brando metterebbe a dura prova l’eterosessualità di tutti noi (la sua maglietta attillata è diventata leggenda), è un film totalmente diverso da ciò che mi aspettavo di vedere. Non sapevo esattamente cosa mi aspettassi, ma alla fine sono rimasto davvero molto sorpreso di come si è evoluta la vicenda. Vivian Leigh è la cognata che si accolla a casa di Brando e sua moglie per mesi, diventando schiava di un passato problematico e di un presente dove le è impossibile ricominciare da zero (tra l’altro era l’unico membro del cast a non aver partecipato al successo della piece a Broadway, cosa che ha alimentato l’alienazione, la solitudine e la successiva pazzia della stessa attrice). Gran bel film, una bella batosta.

La morte corre sul fiume (1955): Il capolavoro che non ti aspetti (sempre da me che non lo conoscevo). Incredibile pensare che sia il primo e ultimo film girato da Charles Laughton: i riferimenti al cinema espressionista (tra cui una fotografia pazzesca), il gusto per l’immagine, la tenuta narrativa, il ritmo, la direzione degli attori. Avrebbe potuto avere una carriera straordinaria da regista, dopo averla avuta come attore, peccato che morì pochi anni dopo questo esordio straordinario. Robert Mitchum è un pastore affabile e infame che fa di tutto per accaparrarsi i soldi nascosti dal defunto marito di una donna di paese, tenuti in segreto dai due bambini di lei. Hanno fatto storia le nocche delle sue mani con tatuate le parole “Love” e “Hate”: la notte seguente avevo il terrore di svegliarmi nel sonno e di vedere la sagoma di Mitchum nella notte che intona “Leaning on the everlasting arms”. Sono sicuro che Joe Lansdale sia un grande fan di questo film.

L’ultima minaccia (1952): Humphrey Bogart è il direttore di un quotidiano indipendente che, dopo la morte dell’editore, sta per essere venduto alla concorrenza, che lo renderà il solito giornaletto che dà solo belle notizie (anche perché dopo la guerra chi voleva avere ancora cattive notizie?). Bogie vuole chiudere col botto, occupandosi di un candidato politico che a quanto pare è in realtà un gangster legato alla morte di una giovane soubrette. Indimenticabile la sua chiosa “è la stampa, bellezza!”. Avendo sognato sin da bambino di fare il giornalista puro e incorruttibile, ogni film che esalta la bravura dei giornalisti è per me una goduria: questo non sarà tra i migliori in assoluto, ma il carisma di Bogart basta da solo a tenere le redini del carrozzone.

SERIE TV: L’episodio della scorsa settimana di Better Call Saul l’ho detestato, mi ha profondamente annoiato, anche se sono consapevole che sta preparando il terreno per un gran finale di stagione, che arriverà in pochissime settimane. La quarta stagione de La Casa di Carta è il solito spettacolino pop, poco credibile e soprattutto trash (“Ti Amo” di Umberto Tozzi è la pietra tombale sulla serie), si lascia guardare più per abitudine che per reale interesse. Per il resto ogni tanto lancio ancora un’occhiata a Community, sitcom piuttosto godibile che, pur non essendo niente di straordinario, porta in dote quei venti minuti di distrazione che in tempi come questi e in mezzo a tanto cinema d’autore fanno comunque la loro parte: senza un po’ di miseria non può esserci nobiltà.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Celia ha detto:

    Come ho visto Laughton mi son venuti gli occhi a cuoricino.
    Poi mi hai citato anche Lansdale – e sono altrettanto sicura che pure lui ce l’abbia nella sua top ten, come ce l’ho io.
    Una bella sorpresa ritrovarli qui 🙂
    E buona Pasqua.

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    1. AlessioT ha detto:

      Non capisco perché lo abbia visto così tardi, mi è piaciuto così tanto che me lo riguarderei di nuovo nei prossimi giorni! Vedendolo ho trovato moltissimi temi cari a Lansdale, ritrovati più volte nei suoi libri: il Sud, le discese sul fiume, i bambini in fuga…

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      1. Celia ha detto:

        Infatti… pensa che ho avuto la fortuna di vederlo al cinema, e non in una multisala ma in uno di quelli di una volta, dove puoi ripescare vecchie glorie, film ai margini della distribuzione e perché no, un temibile e classicissimo “cineforum”:
        https://www.nuovoeden.it/

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      2. AlessioT ha detto:

        Che meraviglia!!!

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  2. Sam Simon ha detto:

    Mitchum ha dichiarato che il cattivissimo pastore sia stato il personaggio che ha amato di più interpretare nella sua carriera. Buongustaio!

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    1. AlessioT ha detto:

      E ne ha fatti di personaggi interessanti… Questo però forse ha davvero qualcosa in più.

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