Capitolo 288

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Eccoci catapultati di prepotenza nella Fase 2. L’altro ieri ho camminato per 10 chilometri e mi sembra di essere rinato. Per il resto però si continua a non poter lavorare e mi sento come un Jedi senza spada laser, come Indiana Jones senza il cappello o come il Clint Eastwood di Sergio Leone senza sigaro. Ma c’è sempre il cinema, siano santificati i Lumiere! Questa settimana c’è un po’ più di elasticità temporale, si passa allegramente dagli anni 40 al 2019 e ritorno.

Frenzy (1972): Penultimo film di Hitchcock e primo girato a Londra dopo il suo ritorno in patria. In città c’è un pericoloso assassino che violenta e strangola le donne con una cravatta. Per una serie di sfortunate coincidenze viene incolpato Richard Blaney, ex marito di una delle vittime, che dovrà barcamenarsi per sfuggire alla polizia e al tempo stesso cercare il vero colpevole. Nonostante il successo e alcune sequenze fenomenali, non lo ritengo un film straordinario: il film è più brutale rispetto ai classici di Hitchcock (la libertà degli anni 70 permetteva di mostrare un “assassino al lavoro” con molte meno censure rispetto al decennio precedente), ma spicca decisamente la bellissima ambientazione londinese. La scena del camion delle patate è il vero capolavoro di suspense e tensione, in cui il regista ci costringe a parteggiare per l’assassino nonostante un minuto prima non ne avessimo assolutamente l’intenzione.

Il mistero della donna scomparsa (1988): A proposito di Hitchcock, qualche tempo fa leggevo uno dei piacevoli resoconti cinefili di Coolturama, che parlava di come questo sconosciutissimo film olandese del 1988 sarebbe piaciuto al regista britannico, morto 8 anni prima. Una giovane coppia olandese è in viaggio verso il sud della Francia, durante una sosta all’autogrill la ragazza sparisce improvvisamente nel nulla. Il suo ragazzo per anni non si dà pace e la cerca ovunque, mentre attraverso alcuni salti temporali vediamo invece anche il punto di vista del rapitore. Il finale è una delle cose più spiazzanti che mi sia mai aspettato di vedere. Al mistero del film si aggiunge anche il fatto che l’intero film si trovava su YouTube e il giorno dopo averlo visto il file è sparito e non è più disponibile! Bellissimo comunque, tensione a mille e quel vago sapore di rudimentale e sgranato che mi ha fatto impazzire, oltre ad un rapitore dalla barbetta inquietante che rischi davvero di sognarti la notte. Lo stesso regista nel 1993 ha fatto un remake in inglese con Jeff Bridges e Sandra Bullock, ma da quanto leggo è una boiata, quindi diffidate dalle imitazioni.

La strada scarlatta (1945): Rispetto all’originale “La Cagna” di Jean Renoir (del 1931), Fritz Lang trasferisce la scena da Montmartre al Greenwich Village. Il film parte un po’ in sordina, con l’impiegato un po’ in là con gli anni e abbastanza sfigatello che si innamora di una donna giovane che però lo frequenta solo per spillargli soldi. Fino a qua sembra tutto piuttosto lineare e poco esaltante, la seconda parte del film invece esplode in una serie di avvenimenti che non ti aspetti. Il titolo del film si riferisce ad un passo dell’Apocalisse, in cui la grande meretrice Babilonia viene descritta come “la donna vestita di porpora e di scarlatto”. Bello, con un finale davvero grandioso.

Il villaggio dei dannati (1960): Classico della fantascienza in bianco e nero, in cui per alcune ore i confini di una cittadina inglese sono segnati: chi si trova al suo interno perde i sensi. Al risveglio le donne della città scoprono di essere tutte incinte, anche le illibate, e nove mesi dopo i bambini nati hanno tutti una caratteristica simile: sono prodigiosi, crescono velocemente ma soprattutto leggono il pensiero e influenzano gli altri con la mente. Il padre di uno di loro si preoccupa che in breve tempo questi ragazzini alieni possano soggiogare l’intera razza umana e cerca disperatamente un modo per fermare tutto ciò. Il film è bello, i bambini sono inquietanti da morire e la grigia ambientazione inglese fa il resto. Nel 1995 John Carpenter ha realizzato un remake che però non ho visto, anche se mi sembra proprio il pane giusto per i denti di un regista come Carpenter.

Star Wars Episodio 9 – L’ascesa di Skywalker (2019): Avevo visto soltanto una volta l’ultimo film della saga e, per omaggiare il 4 maggio (per i fan la giornata mondiale di Star Wars), mi sono dedicato al rewatch che ha confermato tutto ciò che avevo già notato la prima volta. Il film non è eccezionale, succede tutto di fretta e alcune cose sono davvero incomprensibili, ma ci sono un paio di momenti che sono Star Wars allo stato puro e mi hanno fatto sentir bene: l’arrivo delle navi comuni in appoggio ai ribelli (diciamo la scena alla Dunkirk) e soprattutto quel bellissimo finale su Tatooine. La cosa che amo di Star Wars è che la ribellione è tutta una grande metafora sui partigiani: sul finale non sarei stato sorpreso di sentire Capo Rosso e Poe Dameron intonare Bella Ciao.

Ride (2019): Il primo film da regista di Valerio Mastandrea conferma tutto ciò che di buono si dice sul Mastandrea attore. Dalle sue immagini emerge la sensibilità, l’ironia, le qualità umane e perché no la romanità dell’attore, che non poteva fare un primo passo da regista migliore di questo, riuscendo a trattare un tema complicato come l’elaborazione del lutto (oltre a più che un accenno al tema delle cosiddette morti bianche) con grande sensibilità ma soprattutto leggerezza. Unico difetto la sottotrama con Stefano Dionisi, che mi è sembrata forzata e che appesantisce il film con un tono che non gli appartiene. Per il resto, davvero una bella prova.

Il bacio della morte (1947): Il rapinatore Nick Bianco finisce in carcere dove decide di non tradire i suoi complici. Quando però sua moglie si toglie la vita e le sue due bambine finiscono in orfanotrofio, Bianco decide di parlare pur di poter ottenere il condono e prendersi cura delle sue piccole. Buon film di genere, che però non spicca mai per originalità o tensione: il migliore in campo è l’esordiente Richard Windmark (nomination all’Oscar meritatissima), un sorta di Ricky Cunningham cattivo e inquietante: la scena in cui uccide una signora anziana disabile lanciandola già dalle scale ha scioccato me, spettatore del 2020, figuratevi che effetto può aver fatto nel 1947!

SERIE TV: Niente di nuovo sul fronte occidentale. Ah no, invece proprio a proposito di Occidente, ho divorato la prima stagione di una nuova serie Netflix, Into the Night, una produzione belga che, pur non essendo niente di pazzesco, riesce comunque ad incollarti allo schermo. In soldoni: i raggi del sole uccidono, un aereo di linea vola costantemente verso Ovest per evitare l’alba, nel frattempo si deve fermare continuamente per fare rifornimento e per risolvere le varie tensioni che si susseguono a bordo. Nonostante la trama decisamente bizzarra, la serie funziona, riportando in auge il mito della frontiera, quel west da inseguire ad ogni costo (purché si resti nelle tenebre). Non ho portato avanti nessun’altra serie, anche se ci sono parecchie cose che mi ronzano davanti e mi incuriosiscono. Che la Fase 2 sia con noi.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Celia ha detto:

    De Il mistero della donna scomparsa avevo letto un gran bene.
    Poi citi Il villaggio dei dannati, uno dei miei film cult di sempre ❤

    Piace a 1 persona

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