Recensione “I Miserabili” (“Les Miserables”, 2019)

il

Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes e una banlieu parigina mai così vivida dai tempi del cult “L’Odio”. Ma se nello splendido film di Kassovitz le vicende erano mostrate attraverso gli occhi di tre ragazzi di strada, nel bellissimo film di Ladj Ly la macchina da presa pedina continuamente tre agenti della cosiddetta BAC, la Brigade Anti-Criminalité, una ronda costante nella periferia più “calda” di Parigi, la 93, quella Montfermeil resa celebre dai miserabili di Victor Hugo (entrambe le storie si svolgono infatti nella stessa area). Ly, che ancora vive in un quartiere popolare, arricchisce il film di ispirazioni tratte dalle sue esperienze personali: i festeggiamenti per il Mondiale 2018, l’episodio del drone, il furto del leoncino, le rivolte del 2005, creando un racconto di finzione che profuma di vita reale, che sembra sia accaduto ieri o che potrebbe accadere domani.

L’ultimo arrivato, l’agente Ruiz, insieme a due colleghi della brigata anti-criminalità, si trova a fronteggiare il fermento e la rabbia della periferia di cui sono di volta in volta padri o padroni. Bande sul piede di guerra, membri di un ordine religioso, ragazzini in rivolta: il battesimo di Ruiz a Montfermeil è un giorno fuori dall’ordinario, dove dovrà tirar fuori le unghie e i denti per sopravvivere all’inferno urbano e mettere un freno all’irruenza dei suoi colleghi. Ma come diceva lo stesso Victor Hugo: “Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”.

La bravura di Ladj Ly è di non cadere nel trabocchetto del manicheismo, evitando di distinguere i personaggi in buoni e cattivi, ma raccontando invece, senza alcun pregiudizio, degli esseri umani, con le loro debolezze, le loro frustrazioni, i loro demoni. Il 93 è una polveriera in cui convivono caratteri diversi, clan e piccole bande molto diverse tra loro, costrette a convivere gomito a gomito, sempre sul chi va là, dove basta una piccola scintilla per far esplodere il lato più oscuro di ognuno. Il titolo, preso ovviamente a prestito dal capolavoro di Hugo, non è assolutamente casuale: al di là dell’ambientazione condivisa, è un racconto di persone che vivono in condizione di miseria, che siano sbirri o delinquenti, che siano onesti cittadini o semplici bambini, sono tutti personaggi costretti quotidianamente ad una vita di compromessi, piccolo traffici, ad arrangiarsi per sopravvivere. Un film meraviglioso in cui tutti sono vittime: di una società che non li considera, di una vita che per loro non ha mai sorriso.

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