Capitolo 291

Lentamente torno alla normalità, riprendo le mie attività abituali, un po’ di lavoro sul campo e zitto zitto mi ritrovo con ben 9 film di cui parlarvi in questo capitolo. Le cose mi sono chiaramente sfuggite di mano, perché avendo mille fotografie da sistemare dopo questo mio ritorno sulle strade non ho più avuto il tempo di aggiornare il blog e, come direbbe Egon, è male (ricordiamo la definizione di “male” secondo il dottor Spengler: “Immagina che la vita come tu la conosci si fermi istantaneamente e ogni molecola del tuo corpo esploda alla velocità della luce”). La morale? Devo tenere d’occhio con più attenzione il mio diario filmico su Letterboxd. Bando alle ciance, diamoci da fare, ché questo capitolo sarà bello lungo.

Vixen! (1968): Unica cosa utile di questo film è avermi fatto scoprire che “vixen” in inglese significa “volpe femmina”. Uno dei film più celebri di Russ Meyer, si tratta di un softcore che inaugura il periodo pop del regista californiano, caratterizzato dallo stile cartoonesco e dall’uso esplicito di scene violente e altamente erotiche (pur non mostrando mai l’atto in sé, ma solo le generose grazie della protagonista Erica Gavin). Vixen, moglie di un pilota di aerei turistici, approfitta delle assenze del marito per concedersi praticamente a chiunque. Il film ebbe un successo straordinario ed è celebre per essere il primo film della storia a ricevere una X dalla censura (divieto totale ai minori, che in futuro sarebbe stato riservato quasi esclusivamente ai film pornografici). Per questo film Meyer dovette affrontare 23 processi ed è celebre l’aneddoto in cui, da dietro la porta chiusa dove un giudice dell’Ohio si era rintanato per visionare il film che avrebbe dovuto giudicare, si sentivano fragorose risate. Al di là dell’importanza e del successo che ha avuto all’epoca, il film è cinematograficamente inguardabile.

Il Club dei 39 (1935): Uno dei migliori film del periodo inglese di Hitchcock. Umorismo fine e tagliente, spionaggio internazionale, il classico uomo comune al centro di vicende fuori dall’ordinario: tutti ingredienti che ritroveremo spesso nel cinema di Sir Alfred. Un cittadino canadese è a Londra, dove viene ingiustamente accusato dell’omicidio di una donna, un’agente dei servizi segreti britannici che voleva impedire la fuga di una formula segreta da parte di una potente organizzazione, i “39 scalini” del titolo. Storia d’amore litigarella, tipica del cinema di quegli anni (da “Accadde una notte” a “Susanna”) e la geniale trovata di un personaggio come Mister Memory. Grande film.

Jackie Brown (1997): Pensate a chi aveva visto “Le Iene” e “Pulp Fiction” in quegli anni, pensate a quanta attesa e quante aspettative poteva aver riposto nel film successivo di Quentin Tarantino, forse è per questo che ai tempi della sua uscita fu (ingiustamente) un flop. Avevo visto “Jackie Brown” soltanto una volta e devo dire che, a parte le scene più celebri, ricordavo davvero poco della storia: è stato bellissimo riscoprire un film esageratamente sottovalutato, forse perché affossato in una filmografia di assoluto livello (si tratta inoltre dell’unico film non originale di Tarantino, essendo tratto dal romanzo “Punch al rum” di Elmore Leonard). Un film davvero bellissimo, ricercato, che omaggia il cinema della blaxploitation (sin dalla protagonista Pam Grier) oltre che “Rushomon” di Kurosawa nello splendido finale raccontato da diversi punti di vista. Il mensile Movie Insider lo ha inserito nel suo elenco dei 100 film che meritano maggior amore. Da riscoprire.

Giorni Perduti (1945): Sette nomination e ben quattro premi Oscar (film, attore protagonista, regia e sceneggiatura a Billy Wilder, ai primi due Oscar della sua collezione di statuette) per un film che non lascia respirare lo spettatore neanche 30 secondi. È stata la prima produzione di Hollywood ad affrontare il tema dell’alcolismo con un approccio drammatico, contribuendo a creare la consapevolezza dell’abuso di alcolici come malattia sociale negli Stati Uniti d’America e dando seguito ad altri film sullo stesso argomento. Il film racconta la guerra quotidiana di un alcolista e i continui tentativi dei suoi cari, suo fratello e la sua ragazza su tutti, di farlo smettere. Due scene meritano di essere sottolineate: la ricerca del banco di pegni tra le strade di una New York ignara di essere ripresa (Il direttore della fotografia John Seitz ha ricordato di aver catturato questa particolare scena il più discretamente possibile con l’uso di una macchina da presa nascosta lungo il percorso, nel retro dei camion delle consegne, dietro enormi imballaggi sul marciapiede e nelle vetrine dei negozi vuoti!) e la strepitosa sequenza delle allucinazioni, un gioco di ombre e luci che non può non far pensare all’espressionismo tedesco. Una curiosità: I lobbisti dei liquori arrivarono ad autorizzare il malavitoso Frank Costello a fare un’offerta di 5 milioni di dollari per acquistare il negativo originale del film e tutte le stampe esistenti al fine di bruciarle. Tuttavia il direttore della Paramount si rifiutò di accettare una bustarella da parte della mafia e dichiarò categoricamente: «Una volta che facciamo un film non lo buttiamo nel cesso».

Goksung – La presenza del diavolo (2016): Ormai se non vedo almeno un film sudcoreano al mese mi prende a male (a maggior ragione se i film in questione si trovano su piattaforme streaming come in questo caso Prime Video). Anche noto come “The Wailing”, il film ha riscosso successo sia tra la critica sia tra i fan dell’horror, per via dell’insolita struttura narrativa e della commistione di molti elementi cari al genere, come esorcismi, contagi, demoni, morti viventi e spiriti maligni. In effetti tutto questo pot-pourri di cliché alla lunga fa perdere credibilità e interesse nei confronti di un film che per la prima metà è davvero un thriller inquietante e coinvolgente. In un villaggio della Corea del Sud si stanno verificando violenti omicidi, il capro espiatorio diventa un uomo giapponese arrivato da poco in città, al quale vengono attribuiti addirittura poteri maligni. L’ambientazione nel piccolo villaggio è magnifica (con qualche richiamo a “Memories of Murder”), ma il film come dicevo perde piano piano la sua carica di tensione prima di riprendersi in un finale comunque soddisfacente. Non male.

Brivido nella notte (1971): Ennesimo caso di titolo italiano senza senso (l’originale “Play Misty for Me” si rifà ad una richiesta musicale effettuata più volte al protagonista, che è un dj radiofonico), è il primo film da regista di Clint Eastwood, che pur di girare questo film non percepì alcun compenso, realizzandolo in un mese senza riprese in studio e con un budget bassissimo. Uno speaker radiofonico viene avvicinato da una donna spregiudicata e a suo modo affascinante, con la quale intreccia una relazione fatta di incontri occasionali che lei però intende in tutt’altro modo: la donna in realtà è una stalker che si renderà sempre più pericolosa man mano che il protagonista cercherà di allontanarsi da lei. Per come è stato girato lo ritengo comunque un film riuscito: il livello di tensione è alto e il senso di pericolo costante, c’è dell’ottima musica (è ambientato nel periodo del Jazz Festival di Monterey, California) e alcune scene, seppur girate da un regista ancora acerbo, mostrano il potenziale di quello che diventerà Eastwood dietro la macchina da presa. Ah, “ringrazio” Iris per aver scritto nella descrizione del film che compare nelle info del televisore ciò che sarebbe accaduto nel finale del film.

Mystic River (2003): Nel giorno dei 90 anni di Clint Eastwood il canale Iris ci ha regalato una bella maratona cinematografica dedicata al regista. Mi sono soffermato sul già citato “Brivido nella notte”, che non avevo mai visto, e subito dopo ho cominciato per l’ennesima volta “Mystic River”, che invece conosco a memoria. Avevo intenzione di vedere giusto la parte iniziale e poi passare ad altro, tuttavia il film è talmente bello e coinvolgente che mi sono ritrovato a guardarlo ancora una volta, fino al termine dei titoli di coda. Ho già detto più volte che ho un debole per i film ambientati a Boston e dintorni e questo amore probabilmente nasce proprio da questo film. Quando vedo Sean Penn che urla, circondato da agenti di polizia, ho i brividi ogni volta. Dopo 17 anni si può dire senza più alcun dubbio: è un capolavoro.

Batman (1989): Durante la quarantena ho ritrovato in casa un libro che mi avevano regalato e che non avevo mai letto, “Burton racconta Burton”, dove il regista racconta la produzione e la realizzazione dei suoi film, dagli esordi fino a Sweeney Todd (è un libro ormai vecchiotto). Ho trovato particolarmente interessante il capitolo dedicato a “Batman”, che avevo visto da giovincello e che, al contrario di molti altri film di Tim Burton, non mi sono più avvicinato successivamente. Ottenuta la regia soltanto dopo l’imprevisto successo dello splendido “Beetlejuice”, Burton lancia l’uomo pipistrello al cinema dopo la serie tv anni 60 che tutti abbiamo visto da bambini e che rivista oggi trasmette soltanto tenerezza: al contrario il film è cupo, sin dalle meravigliose scenografie di Anton Furst (che valsero al film un premio Oscar), basato sulla contrapposizione tra l’introverso e monocromatico protagonista di Michael Keaton e il colorato e folle antagonista reso immortale da Jack Nicholson (anche se accettò il ruolo soltanto dopo molte operazioni di convincimento, sarebbe stato interessante vedere nella parte anche gli altri attori che erano stati presi in considerazione: Robin Williams, Willem Dafoe, Tim Curry e soprattutto David Bowie!). Il film di Tim Burton è un bellissimo prodotto per ragazzi, su questo non ci sono dubbi, ma ormai ho sviluppato una sorta di idiosincrasia nei confronti di qualunque film-fumetto con eroi mascherati, il mio livello di interesse è sotto zero (la cosa più interessante è stata pensare al lavoro di Kim Basinger: una fotografa alle prese con un reportage su un misterioso paladino mascherato, che sogno!).

Vertigine (1944): Ho letto il libro di Vera Caspary (“Laura”, che è anche il titolo originale del film, molto più sensato rispetto all’inspiegabile traduzione italiana) circa cinque anni fa e l’avevo trovato molto bello. Mi ero ripromesso di guardare al più presto l’adattamento cinematografico, tra l’altro il primo film statunitense di Otto Preminger, ma poi, un po’ perché era piena estate, un po’ per difficoltà nel reperire il dvd, avevo addormentato questo proposito. Ora che l’ho finalmente visto devo dire che, nonostante la bellezza della messa in scena (e di quella meraviglia di Gene Tierney), il film non mi ha coinvolto più di tanto, ma attribuisco questa mancanza di emozione soprattutto al fatto che, avendo letto il libro, ero a conoscenza non solo dell’identità dell’assassino ma anche del colpo di scena a metà film. Oscar per la spettacolare fotografia di Joseph LaShelle, “Laura” ha dalla sua parte anche il fatto di aver ispirato Hitchcock (“La donna che visse due volte”) e David Lynch (che ha omaggiato il film dando a Laura Palmer lo stesso nome della protagonista).

SERIE TV: Ho finalmente cominciato Space Force su Netflix e devo dire che è molto diverso da come me lo aspettavo. Innanzitutto pensavo fosse una sit-com ambientata nello spazio e invece è una serie tv che si svolge soprattutto sulla Terra, in molti ambienti (almeno nei cinque episodi, su dieci, che ho visto). Non è un telefilm comico, è piuttosto una satira sull’ottusità di chi detiene il potere senza avere competenze specifiche, sulla scarsa fiducia nei confronti degli scienziati (il dualismo Carell-Malkovich fa faville), oltre a prendere in giro Trump: la serie si basa infatti su una sua idea per portare gli Stati Uniti in testa nella corsa allo spazio contemporanea. Non si ride a crepapelle, ma non mancano momenti altissimi (Carell che canta “Kokomo” dei Beach Boys è già cult su Youtube) e ottime idee (lo scimpanzé astronauta al quale è affidata una missione fondamentale oppure la riunione per la distribuzione del budget, con una parodia di Hillary Clinton, Alexandria Ocasio-Cortez e di un senatore repubblicano terrapiattista, che sono certo sia la parodia di un altro politico realmente esistente). A metà stagione devo dire che (ovviamente) non è “The Office”, ma che comunque è una serie apprezzabile, originale e divertente. Per il resto, con la invidiabile frequenza di una puntata al giorno, ho quasi finito di vedere la seconda stagione di Community, che continua ad essere piacevole da guardare seppur senza provocare alcuna dipendenza. Il giorno da cerchiare nel calendario è il 27 giugno, quando uscirà la terza ed ultima stagione di Dark.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Hai ragione a citare la scena con Mister Memory dei 39 Scalini, è senza dubbio una delle più belle scene di suspense girate da Hitchcock! Per il resto, non si può certo dire che quelli su Batman siano tra i più memorabili film di Tim Burton (cercherò piuttosto di trovare il libro che hai citato!). Concordo anche su Jackie Brown, sfigura un po’ in mezzo a capolavori rutilanti come Le Iene e Pulp Fiction ma in realtà è molto avvincente!

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    1. AlessioT ha detto:

      Vero, credo che i miei 3 film preferiti di Tim Burton siano Ed Wood, Big Fish e Nightmare Before Christmas (anche se la regia non è sua), ma anche Beetlejuice e Edward Mani di Forbice sono magnifici 🙂

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Sono tutti belli, difficilissimo sceglierne uno. Io adoro Sweeney Todd, anche se è tratto da un musical di Broadway quindi non è tutta farina del sacco di Tim però mi piace tantissimo.

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      Stupendo Sweeney Todd, forse il suo ultimo grandissimo film (vado a memoria, potrei sbagliarmi!) 🙂

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