Recensione “Paris, Texas” (1984)

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In “Paris, Texas” c’è tutto quello che amo vedere in un film: la strada, il viaggio, un protagonista tormentato, nessun antagonista (se non gli eventi della vita), la giusta ironia, un sottofondo di malinconia e romanticismo, una fotografia stupefacente e una colonna sonora perfetta. E poi molto altro. Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, il film di Wim Wenders è una collezione di luoghi e personaggi da amare, da fotografare, da vivere: talmente era la voglia di non lasciarlo andar via che mi sono costretto a rivedere il film per la seconda volta in tre giorni, una pratica che non mi capitava da una quindicina d’anni, quando vidi “Il Laureato” per ben due volte nel giro di cinque ore, mentre De Rossi segnava il suo primo gol con la maglia della nazionale italiana, alla prima partita di qualificazione verso i Mondiali più indimenticabili delle nostre vite (ma questa è un’altra storia).

Il film si apre sulle rocce del Big Bend National Park dove un uomo, Travis, sta vagando disperatamente alla ricerca di un sorso d’acqua. Dopo esser svenuto e opportunamente soccorso, viene raggiunto dal fratello Walt, dal quale si era allontanato improvvisamente da quattro anni per raggiungere una cittadina del Texas, Paris, dove ha comprato un terreno. Walt riporta Travis a Los Angeles dove, insieme alla moglie Anne, sta crescendo il figlio di Travis, Hunter, “adottato” dagli zii dopo la sparizione di sua madre Jane prima e di suo padre poi. L’uomo dovrà ritrovare la fiducia di suo figlio e in se stesso, prima di mettersi sulle tracce della sua Jane, di cui nessuno sembra avere notizie da anni.

Squallide luci a neon brillano davanti agli infuocati tramonti texani, la luce di Robby Muller illumina l’onnipresente steel guitar della colonna sonora di Ry Cooder, mentre le parole di Sam Shepard, autore della sceneggiatura insieme allo stesso Wenders (scritta in corso d’opera), viaggiano su strade che sogniamo di percorrere. Una manciata di personaggi ai quali ti affezioni senza esitazioni, di cui vorresti conoscere il destino, di cui ti preoccupi continuamente. Una poesia di terra e fuoco, attraverso motel e bar, specchi e riflessi, oltre a un peso sulla coscienza che è troppo ingombrante per essere ignorato. Una meraviglia che continua a prenderci per mano, tra i colori di un tramonto nel quale vorremmo perderci.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Capolavoro. Mi è venuta voglia di rivederlo!

    Piace a 1 persona

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