Capitolo 301

Fatto 300, facciamo 301. Questo nuovo capitolo, dopo tanti mesi pieni di film del passato, di chicche in bianco e nero o di perle nascoste, si apre effettivamente con un film in linea con le scelte abituali, per poi trasformarsi inaspettatamente in una lista di film non solo del 2020, ma addirittura di film tutti usciti o presentati in Italia a ottobre del 2020: non so neanche io quando è stata l’ultima volta in cui ho visto così tanti film contemporanei. In buona sostanza: avendo scelto di non partecipare alla Festa del Cinema, mi sono quasi creato il mio Festival del Cinema personale e, devo ammettere, non è stato così male.

A sangue freddo (1967): Un anno dopo l’uscita del romanzo omonimo di Truman Capote, Richard Brooks ne trae un film certamente innovativo e spiazzante per l’epoca. Si tratta della storia di due rapinatori che, dopo un colpo fallito all’interno di una villa, uccidono senza motivo l’intera famiglia che vi abita. La scena si apre con uno stivale, uno scarponcino che più avanti si rivelerà decisivo per le indagini, e già da questa immagine con Robert Blake immerso nella penombra possiamo capire i chiaroscuri di un personaggio appunto ambiguo, che per gran parte del film attira la nostra empatia e la nostra simpatia, ma che ovviamente non possiamo fare a meno di condannare. Forse è proprio questa ad essere la vera innovazione per l’epoca: Brooks pone così tanta enfasi (quasi documentaristica) sui due assassini che sbilancia la nostra empatia su loro (e sul loro destino) piuttosto che sulla famiglia sterminata. Quattro nomination agli Oscar, nonostante le inevitabili polemiche. Buon film, nonostante durante la visione si abbia la costante sensazione che qualcosa non stia funzionando a dovere.

Mi chiamo Francesco Totti (2020): Non è facile commentare razionalmente un documentario su colui che ha accompagnato 25 anni della mia vita, i cui gol hanno rappresentato la punteggiatura del mio quotidiano, in cui, mentre tutto intorno a me cambiava, lui rappresentava la mia costante. Infascelli è bravissimo nel raccontare in maniera comune vite che di comune hanno ben poco (basti guardare il meraviglioso S if for Stanley): Francesco Totti è, nella finzione, al centro dello Stadio Olimpico la notte della sua ultima partita da calciatore. Nell’attesa per quello che sarà il giorno dopo, Francesco racconta la sua vita, dall’infanzia fino al presente, narratore onnisciente di una storia, la sua, che lo ha portato ad essere “monumento nella sua città”, una città che ama ma che a causa della sua immensa popolarità non può neanche godersi. Un racconto di calcio, ovviamente, ma non solo: è la storia di un uomo toccato dalla luce del talento, un ragazzo timido trasformato dalla ribalta in divinità terrena, spesso coccolata, talvolta bastonata, amata da un popolo, abbracciata come uno di famiglia, un mito che si riscopre essere umano nel momento dell’addio al calcio, allo spogliatoio, alla sua vita parallela. Per chi ha vissuto tutto ciò dall’altro lato è inevitabile la commozione. Nota a margine: quanto è stato bello tornare al cinema!

Il Processo ai Chicago 7 (2020): Aaron Sorkin in questo periodo storico è senza dubbio nella Top5 (e forse addirittura il podio) dei migliori sceneggiatori in attività. Come regista si sta formando, anche se con questo suo secondo lavoro ha già fatto registrare un notevole passo in avanti rispetto a “Molly’s Game”. Il film si basa sulla storia del vero processo intentato dal governo Nixon a sette attivisti contrari alla guerra in Vietnam, tutti e sette molto diversi tra loro per provenienza sociale e idee su come protestare, ma uniti nel fine. Il processo, neanche a dirlo, ha tutta l’aria di essere una farsa studiata a tavolino, un attacco alle idee e alle intenzioni, ma che nel meraviglioso (seppur un po’ retorico) finale ci fa levare il pugno chiuso al cielo, facendoci sentire parte di qualcosa di grande, qualcosa che oggi sembra talmente lontano da renderci in qualche modo malinconici, o nostalgici. Sacha Baron Cohen strepitoso: ha la nomination per gli Oscar nel taschino.

Il mio corpo (2020): Una delle più grandi sorprese di questo capitolo. Il documentario di Michele Pennetta racconta due piccole, ma enormi, storie siciliane: Oscar, un ragazzino che insieme al padre gira tra le discariche abusive per raccogliere ferro e altri rottami da poter rivendere; Stanley, un rifugiato nigeriano, si arrabatta in lavori sfiancanti tra la chiesa e i campi. Due persone diversissime tra loro per storia, cultura e provenienza, unite però da una malinconica solitudine esistenziale, accentuata ancor più da una Sicilia desertica, quasi post-apocalittica, un’isola che inevitabilmente porta a pensare a una sorta di corrispettivo fisico e spaziale del loro isolamento psicologico. Un racconto a tratti neorealista, con la macchina da presa che pedina in maniera pressoché invisibile i personaggi che vuole raccontare, illuminato da una fotografia che lascia a bocca aperta. Bellissimo.

Bruce Springsteen’s Letter to You (2020): Il 23 ottobre è uscito il il nuovo, ispiratissimo, album del Boss e con esso il documentario del fidato Thom Zimny che ne racconta la gestazione e i temi che lo hanno ispirato (l’inesorabilità del tempo, la morte e chi, per ora, rimane). Ci sono alcune canzoni bellissime ed è un lavoro al di sopra di ogni aspettativa, soprattutto dal punto di vista melodico, ché quanto a storytelling Bruce non è secondo a nessuno. Questo signore qua a 71 anni appena compiuti ancora ha tanto da dire: ad esempio “If I Was The Priest”, anche se viene dai cassetti degli anni 70 e dall’amore sfrenato per Bob Dylan, è un capolavoro. Il documentario è sincero, certamente autocelebrativo, ma al tempo stesso riafferma la grandezza della musica, ispirando nonostante (o proprio per) la malinconia e costringendoci per un momento a pensare a cosa stiamo facendo delle nostre vite (Bruce con l’età e la scomparsa di tanti compagni di viaggio è diventato ancor più riflessivo, più attento alla bellezza che lo circonda, ai dettagli). Ed è inevitabile pensare che anche stavolta, nel buio di un anno cupo come il 2020, uno dei pochi spiragli di luce si chiami Bruce Springsteen. Nella speranza che quel brindisi alle future “4 date a San Siro”, sia un auspicio per tempi migliori e per un ritorno in Italia il prima possibile: abbiamo ancora bisogno di te, Bruce.

Palm Springs (2020): Arrivato in Italia come film rivelazione del Sundance e accolto tra gli applausi alla Festa del Cinema di Roma, la commedia romantica dell’esordiente Max Barbakow appare incredibilmente adatta al 2020: Andy Samberg (il Jake Peralta di Brooklyn 99) e Cristin Milioti (la “Mother” di How I Met Your Mother) si ritrovano a vivere lo stesso giorno all’infinito, ovvero il giorno del matrimonio della sorella di lei a Palm Springs, cittadina californiana circondata dal deserto. Nonostante il meccanismo trito e ritrito alla Ricomincio da Capo, il film offre continuamente spunti originali ed inevitabilmente comici, in un loop temporale che visto in questi giorni fa pensare moltissimo ad una sorta di lockdown esistenziale, non troppo lontano dalla clausura forzata che il mondo ha vissuto nei mesi scorsi. Bella sorpresa.

L’Ultimo Bacio (2001): Ai tempi del liceo il film di Gabriele Muccino è stato per me un guilty pleasure, se non ricordo male lo vidi addirittura due volte al cinema, oltre ad averlo poi visto in molte altre occasioni in dvd. Non riesco a capire bene il perché, ma lo trovavo un film affascinante, fresco, che forse risvegliava in me il desiderio di vivere pienamente la mia futura condizione di ventenne prima di essere troppo grande per tutto, prima di avere rimpianti. Ora è su Netflix e, mentre ero alla ricerca un film che mi facesse venire sonno, ho deciso di rivederlo: oggi, con la mia testa da quasi quarantenne e con gusti cinematografici decisamente più affinati (e affilati), mi è sembrato niente più che un film pieno di sciocchezze e cliché, sarà perché i miei 30 anni sono stati decisamente diversi da quelli di Stefano Accorsi nel film, sia perché io stesso forse non sono ancora uscito fuori da una condizione di perenne adolescenza condita da chiazze di maturità diffusa. A suo modo è un film che comunque fa il suo dovere, riunendo una bella generazione di attori (ma che fine ha fatto Giovanna Mezzogiorno?), in un tempo lontanissimo in cui a Favino ancora assegnavano ruoli minori (lo dico ironicamente, in realtà è un attore che amo molto). Forse è stata l’ultima di tante volte in cui ho visto questo film, la prima in cui ero più adulto dei suoi personaggi: mi ha fatto piacere.

SERIE TV: Tanto ricco il piatto di film visti, quanto povero il pentolone con le serie tv. Unica sopravvissuta nei miei programmi quotidiani è ovviamente quel capolavoro di West Wing, dove sono arrivato a metà della quarta stagione. In questo periodo, con le elezioni negli Stati Uniti alle porte, è ancora più calzante e coinvolgente, nonostante un presidente come il Josiah Bartlet di Martin Sheen sembri una vera utopia nel mondo reale. Con la prospettiva dell’inverno e di un nuovo lockdown serale, ho l’impressione che questa parte della mia rubrica si arricchirà presto di nuovi titoli.

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