Recensione “Wendy” (2020)

Sette anni dopo il suo potentissimo esordio con quella meraviglia cinematografica di “Re della Terra Selvaggia” (se non lo avete visto, recuperatelo immediatamente!), Benh Zeitlin sembra non aver ancora abbandonato quelle atmosfere tra il cupo e il fiabesco, dove la fantasia corre tra gli ostacoli e le minacciose sfide provenienti dall’età adulta. E quale migliore storia può essere adatta alle sue corde se non la favola che, è il caso di dirlo, non invecchierà mai, quella di Peter Pan? Zeitilin pone al centro del racconto la piccola Wendy, portando lei e i suoi fratelli su una vulcanica Neverland da canzone folk, dove i bimbi non invecchiano e dove l’unica regola è non lasciarsi mai andare alla tristezza (pena, l’invecchiamento).

L’incipit è di quelli folgoranti: la piccola Wendy e i suoi fratelli non hanno altra realtà se non quella del bar/ristorante gestito dalla madre, che sorge nel mezzo di un nulla fangoso e polveroso, dove l’unico sguardo verso il mondo altro sono quei binari del treno che la bambina osserva dalla finestra con curiosità e che, pochi anni prima, si sono portati via un loro piccolo vicino di casa, fuggito su un vagone in compagnia di una misteriosa “ombra”. Una notte il treno passa, c’è qualcuno che corre sopra i vagoni, un bambino, la sua ombra: è un Peter nero e monello, che ha lo sguardo e il sorriso di chi la sa lunga. Wendy stavolta non si limita a guardare il treno sferragliare sotto la sua finestra, lo prende al volo e con lei i suoi due fratelli gemelli. “Questa è un’avventura: non ci sono fermate”, afferma questo bizzarro Peter (Pan, che pensa di saper volare ma non può farlo), dopo aver accolto su un treno merci i tre fratelli in fuga, come nella migliore tradizione statunitense (penso a “Bound for Glory” di Woody Guthrie, per fare un esempio).

Le malinconiche riflessioni fuori campo e lo straordinario potere della natura fanno pensare a Terrence Malick, la ricerca della gioia ad ogni costo per scivolare fuori dall’ombra della disperazione sembra parente stretta dello straordinario “Nel paese delle creature selvagge” di Spike Jonze. Il film parte meravigliosamente e poi pare come afflosciarsi nel momento della gioia più sfrenata, dove forse indugia eccessivamente sulle immagini di bambini che corrono tra il fogliame. La storia però si riprende immediatamente nel momento in cui si riscopre cupa e malinconica, in cui esiste una nuova realtà fatta di disperazione, mortalità, alienazione, in cui sguazza un universo di rassegnazione, nonostante la forza vitale di Wendy provi a porvi rimedio (nel bellissimo tentativo di far ballare “gli altri”, per citare “Lost”, facendogli immaginare la musica). Ma crescere è inevitabile, nonostante le meraviglie dell’infanzia, e la rassicurante idea di fondo è che diventare grandi è l’avventura più bella che possa capitare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.