Recensione “Médecin de Nuit” (2020)

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Una Parigi notturna, cupa e ostile, uno strepitoso Vincent Macaigne, medico di notte solitario, malinconico ma determinato. Una regia che pedina costantemente il suo antieroe Mikaël, una sorta di cowboy urbano, tra i labirinti di una città popolata da personaggi cagionevoli, di salute o di sentimenti. Una delle belle sorprese della Selezione Ufficiale di Cannes e tra i film di punta del festival Rendez-Vous che ogni anno regala gioielli agli spettatori del Nuovo Sacher di Nanni Moretti, il terzo lungometraggio di Elie Wajeman fa pensare molto ad un “Carlito’s Way” alla francese, con il protagonista alle prese con una redenzione da guadagnarsi con fatica e sudore, nonostante i tanti ostacoli che si frappongono tra lui e una vita migliore.

Come dicevo, Mikaël fa il medico di notte a Parigi: cura i pazienti a domicilio con empatia e dolcezza e al tempo stesso prova ad aiutare i tossicodipendenti. Diviso tra una moglie esausta e un’amante seducente, coinvolto dal cugino farmacista in un pericoloso traffico di medicinali che potrebbe costargli la radiazione, la vita del dottore è andata velocemente alla deriva. Ora Mikaël è davvero a un passo dal punto di non ritorno e in una fredda notte parigina dovrà riprendere in mano la sua vita, con tutti i rischi che ne comporta.

82 minuti di febbrile adrenalina, un vortice emotivo che accompagna noi e il medico di notte del titolo attraverso una trama che si dirada lentamente, con misura e sorpresa, tra momenti di effimera leggerezza e coraggiose prese di posizione. Una città dominata dall’ansia (molti dei pazienti che Mikaël visita durante il suo turno soffrono di attacchi di panico), corrispettivo fisico e spaziale di un protagonista memorabile, da inserire nella lunghissima lista dei grandi eroi solitari che il cinema francese, tra noir e polar, ha regalato alla storia. Una delle più belle sorprese di quest’anno, speriamo di vederlo presto nei cinema italiani.

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