Recensione “La nostra storia” (“El olvido que seremos”, 2020)

Il titolo originale, “El olvido que seremos” (letteralmente “l’oblio che saremo”), è il primo verso di un sonetto attribuito a Jorge Luis Borges. Una poesia che il medico colombiano e attivista per i diritti umani Héctor Abad Gomez portava in tasca con sé e che in seguito ha dato il titolo al romanzo, best seller in America Latina, scritto da suo figlio Héctor Abad Faciolince. La storia di un padre raccontata da un figlio, diventata quindi un bellissimo film diretto dal prolifico regista spagnolo Fernando Trueba, premio Oscar nel 1992 per il miglior film straniero (“Belle Epoque”), dove l’importanza della memoria è il perno sul quale si avvolge l’attivismo politico e l’amore di un uomo per la sua famiglia.

Il film si apre a Torino: siamo negli anni 80 e uno studente colombiano ha appena visto al cinema “Scarface” di De Palma. Tornato a casa trova un messaggio che gli riferisce che suo padre, medico e professore universitario, sta per essere omaggiato per il suo pensionamento e che è richiesta la presenza del ragazzo a Medellin, in Colombia. Se la città colombiana del presente filmico, intollerante e violenta, è raccontata in un bianco e nero pesantemente contrastato, come a voler sottolineare la durezza dei tempi e degli eventi a venire, i ricordi d’infanzia del giovane Héctor, ambientati nei primi anni 70, sono invece vividi, allegri, caldi (e a colori), avvolti da un’energia e da un senso di protezione che ci fa innamorare della famiglia Abad. In questi colori terrosi, tra il verde, il giallo e il marrone, la famiglia vive, ride, gioisce, cresce. Nel bianco e nero invece piange, si preoccupa, si abbandona.

Gli occhi adoranti di un figlio nei confronti del padre e poi l’inevitabile rassegnazione nei confronti di una figura difficile da comprendere, per la quale si mostra rabbia, paura e infine nuovamente ammirazione, è il fulcro di un dramma famigliare emozionante, che non scade mai nel banale, è anzi perennemente influenzato da eventi più grandi, talvolta imprevedibili, talvolta inevitabili. La chiave del film è che ciò che viene ricordato è molto più potente dell’eco che la Storia ha volutamente dimenticato. Lo schermo è percorso continuamente da personaggi e situazioni che il bambino, poi cresciuto e diventato studente, osserva con gli occhi di chi non sempre è in grado di comprendere: più che il ritratto di un’epoca sembra di trovarci di fronte all’educazione e all’evoluzione morale di un ragazzo cresciuto sotto l’ala sicura di un uomo buono, che dedica la sua vita ad aiutare gli altri, trattando la gente, il popolo, alla stregua della famiglia che ama.

Quello di Trueba è cinema di memoria ed emozioni, è cinema vero, a metà strada tra i ricordi d’infanzia splendidamente messi in scena da Mulligan ne “Il buio oltre la siepe” e il racconto di famiglia del meraviglioso “Roma” di Cuaron. Senza dimenticarsi di citare la maiuscola interpretazione di Javier Camara, straordinario volto del cinema spagnolo contemporaneo, eccellente nel donare umanità e credibilità ad un padre senza macchia che, senza l’intensa e caparbia prestazione di Camara, sarebbe sembrato troppo bello per essere vero. Ma è quando la memoria diventa nostalgia che il film di Trueba coglie i suoi acuti, nelle piccole immagini di una quotidianità nella quale, nei nostri ricordi, sovrapponiamo conversazioni, sorrisi, lacrime, incontri e infine oblio: “Non sono lo sciocco che si aggrappa al suono magico del suo nome. Penso con speranza a quell’uomo che non saprà che ero sulla Terra. Sotto l’azzurro indifferente del cielo, questa meditazione è un conforto”.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Sam Simon ha detto:

    Sono contento di vedere che questo film è stato distribuito anche in Italia, merita di essere visto! Hai fatto bene a sottolineare la prestazione maiuscola di Javier Cámara, davvero bravissimo qui (e sempre, a onor del vero)!

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    1. AlessioT ha detto:

      Dici bene, Camara è sempre bravissimo. Lo avevo amato molto in “Truman” insieme a Ricardo Darin (un altro fenomeno)

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      1. Sam Simon ha detto:

        Anche Darín tanto di cappello, e Luis Tosar… in generale il cinema hispano-hablante offre un sacco di talenti incredibili!

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