Capitolo 321

Archiviata la Festa del Cinema personalmente più misera di sempre (dal punto di vista dei film visti) ancora ho qualche difficoltà a riprendere i ritmi cinematografici di una volta, anche se la lista di cose da vedere è sempre così lunga che ogni tanto mi domando se riuscirò a campare abbastanza per vedere tutto quello che vorrei: il problema è che ogni settimana esce qualcosa di nuovo, la Roma gioca un sacco di partite e tocca pure lavorare ogni tanto, quindi la risposta al quesito di cui sopra è palesemente no. Ad ogni modo ho visto qualcosa di interessante ultimamente quindi venite con me a scoprire di che si tratta.

Non aprite quella porta (1974): Tobe Hopper, durante la sua esperienza come insegnante di liceo, gira un film drammatico, “Eggshells”, che si rivela tuttavia un fiasco. Cinque anni dopo raduna un piccolo cast di studenti e insegnanti del suo college per produrre un b-movie costato 140mila dollari. Quel film indipendente di dollari ne guadagnò oltre 30 milioni soltanto negli Stati Uniti, dando via ad una delle saghe cinematografiche horror più celebri di sempre, capostipite di quel filone in cui un gruppo di ragazzi finisce nelle grinfie di una famiglia di pazzi. Il film visto oggi appare piuttosto datato e le tante urla, alla lunga, fanno addirittura sbadigliare, ma c’è un fascino visivo a dir poco morboso e la danza macabra di Leatherface all’alba, con l’iconica motosega in mano, è un momento di cinema davvero memorabile. Se inserito nel giusto contesto di appartenenza, è una pietra miliare, nonostante oggi possa apparire piuttosto naif.
“Sentite ragazzi, sarebbe meglio non andare in giro a cercare vecchie case”

Un tranquillo weekend di paura (1972): Quattro amici di Atlanta decidono di trascorrere un weekend tra i monti Appalachi discendendo un fiume in canoa. L’incontro con alcuni villici renderà la loro gita piuttosto movimentata, per usare un eufemismo. Splendido film di John Boorman (due anni prima miglior regia a Cannes per “Leone l’ultimo”, con Mastroianni) divenuto negli anni un grande classico degli anni 70. Burt Reynolds era ancora senza baffoni e Jon Voight non aveva ancora concepito Angelina Jolie, motivo per cui si sono lanciati in questo allucinante scontro tra culture, esasperando sia la superbia dei cittadini che la deformità (fisica e psicologica) dei montanari. Scena clou del film, forse la più bella, è il duetto con la chitarra e il banjo, uno dei rari momenti di incontro tra le due fazioni e unico momento di leggerezza di un film che non dà tregua allo spettatore. Bellissimo.
“Ehi paesano, mi piace come porti il cappello” “Ah ti piace… tu non capisci proprio niente”

Marlowe, il poliziotto privato (1975): Sorvolando sul pessimo titolo italiano (l’originale è “Farewell my lovely”, che è anche quello del bel romanzo di Chandler, cioè “Addio mia amata”), è curioso vedere il mitico investigatore privato Philip Marlowe con le fattezze di Robert Mitchum. La storia, come spesso accade con ciò che riguarda Marlowe, è piuttosto intricata e non sempre chiarissima, con il nostro che indaga sulla scomparsa della donna di un energumeno e al contempo l’assassinio di un uomo, due piste che inevitabilmente finiranno per confluire in un’amara verità. Le atmosfere hardboiled sono sempre però un punto a favore di questi film e Dick Richards, il regista, sa come usare al meglio lo sguardo torvo e al tempo stesso disilluso di Mitchum e la bellezza eterea di una giovane Charlotte Rampling. Non male, è su Prime Video.
“Dove sei finito?” “Dove nessuno mi trova” “È sempre il posto migliore”

Kodachrome (2017): Il rewatch su Netflix di questo film di Mark Raso è dovuto principalmente al fatto che sono stato invitato a parlare in un bellissimo podcast di cinema, che nella puntata in questione si occuperà appunto di questo film, con un lungo discorso sulla fotografia. Non voglio farvi spoiler visto che ovviamente pubblicherò qui sul blog il link per ascoltare la puntata, non appena sarà pronta, ma diciamo che il film è incentrato sul rapporto/conflitto tra analogico e digitale, due mondi rappresentati dal padre fotoreporter Ed Harris e dal figlio produttore musicale Jason Sudeikis (ovvero Ted Lasso). C’è Elizabeth Olsen, che per ovvi motivi rende bella ogni scena in cui viene inquadrata, c’è “Just Breathe” dei Pearl Jam e soprattutto c’è, sullo sfondo, la vera storia dell’ultimo laboratorio al mondo a sviluppare la mitica pellicola Kodachrome, che dà il nome al film. I cliché non mancano e il finale è anche piuttosto prevedibile, ma c’è qualcosa di sincero e di così piacevole lungo il road trip che rende il film decisamente godibile. Ad ogni modo non dico altro, mi sentirete (se vorrete) nel podcast che vi linkerò la prossima settimana o giù di lì.
“Siamo tutti così terrorizzati dal tempo che passa e dal modo in cui le cose cambiano. Per questo siamo fotografi: conservazionisti per natura”

Dentro la notizia (1987): Dopo gli Oscar vinti nell’84 per “Voglia di tenerezza”, James L. Brooks cambia totalmente genere per raccontare la storia di tre giovani giornalisti, tutti molto diversi tra loro per talento e carattere, all’interno di un network televisivo. Un pretesto per raccontare un interessante triangolo amoroso tra Holly Hunter, William Hurt e Albert Brooks (che non ha alcuna parentela con il regista, se ve lo stavate chiedendo), ma anche un modo per entrare nel dietro le quinte di un servizio televisivo (che bella la scena con la corsa disperata di Joan Cusack!), nel rapporto tra etica, realtà e intrattenimento e, in qualche modo, nella differenza tra inchiesta giornalistica e Barbara D’Urso. Film assolutamente non banale, anzi, piuttosto sorprendente in alcune scelte narrative (inoltre c’è anche Jack Nicholson in una parte molto piccola ma come sempre calzante). Molto bello, da recuperare (sette nomination agli Oscar, mica bruscolini).
“Non mi fraintendere quando ti dico che questo Tom, pur essendo un carissimo ragazzo, è il diavolo”

SERIE TV: Momento d’oro per quanto riguarda il mio rapporto con le serie tv. Nello scorso capitolo mi mancavano solo due puntate alla fine della seconda stagione di Ted Lasso e ora che l’ho ovviamente finito posso confermare tutto ciò che di buono ho detto in passato. Non sarà la serie più rivoluzionaria della storia della tv, ma è talmente una presa a bene che non si può fare a meno di amarla. Non vedo l’ora della prossima stagione, che dal finale della seconda sembra proprio che sarà notevole. A proposito di calcio, anche se non è esattamente una serie tv, ho cominciato il rewatch di Holly e Benji, da poco inserito su Prime Video e perfetto per allietare il sottofondo dei miei pranzi. Per quanto riguarda Fondazione, la serie su Apple Tv tratta dai meravigliosi romanzi di Asimov, devo dire che le cinque puntate viste finora mi hanno convinto abbastanza, le atmosfere mi stanno conquistando e la storia, pur essendo decisamente diversa da quella dei libri, è quanto mai appassionante. Infine, per concludere la giornata in leggerezza, ho ripreso a vedere Seinfeld, che tanti anni fa avevo visto solo per tre stagioni e che ora sto finalmente guardando nella sua interezza: la trovo una sit-com irresistibile, Jerry Seinfeld è sì divertente di suo, ma sono i personaggi di contorno a renderla totalmente spassosa: George Costanza, Elaine (che amo follemente) e Kramer. L’appuntamento notturno con Seinfeld è senza dubbio uno dei miei momenti preferiti della giornata. Madre perdoname por mi vida loca.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.