Capitolo 326

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Anno nuovo, vita (da cinefilo) vecchia. Il 2022 è arrivato ai miei occhi circondato da una nebbia assurda e irreale, spero solo che non fosse un presagio di ciò che vedrò in questi dodici mesi. In questo capitolo, senza più l’ansia per i recuperi last minute dei film usciti nel 2021, mi sono potuto dedicare a qualche cult del passato ed è stato un inizio d’anno davvero splendido, almeno da questo punto di vista. Buon 2022 a tutti e a tutte, vi auguro di vedere tantissimi film bellissimi (e quando lo fate, suggeritemeli!). Let’s go.

Willow (1988): Ogni anno, per tradizione, la sera di Capodanno mi unisco ad una coppa di amici per mangiare lenticchie e vedere un film anni 80 al proiettore. La scelta quest’anno è caduta su questo film di culto firmato da Ron Howard su soggetto di George Lucas. Un bellissimo fantasy pieno di nani, streghe, fattucchiere, folletti e bambini da massacrare, oltre a un Val Kilmer in versione guerriero strafottente. Il classico film che vedevamo da bambini e che poi riguardavamo in loop in videocassetta nelle notti buie e tempestose (scelto tra l’altro come film del cuore all’interno del progetto Film People). Sempre bello, nonostante sia un po’ datato.
“Fatemi uscire di qui, me la accollo io la marmocchia”

Minari (2020): Splendido film di Lee Isaac Chung, lo avevo visto e amato un anno fa e ho deciso di rinfrescarmi la memoria riguardandolo questa settimana. Una famiglia coreana si trasferisce dalla California nell’Arkansas rurale. Qui cercheranno di mettere radici (letteralmente) coltivando un campo e vivendo della rendita dei prodotti agricoli. Il film ha la straordinaria capacità di mescolare la poesia e la bellezza del cinema coreano mascherandola dietro l’inseguimento del sogno americano. Goldel Globe al miglior film in lingua straniera, premio della giuria al Sundance e ben 6 nomination agli Oscar (con una statuetta per la migliore attrice non protagonista). Meraviglioso.
“La nonna puzza di Corea!”

Hong Kong Express (1994): Colpo di fulmine totale per questo capolavoro di Wong Kar Wai, diviso in due storie distinte: nella prima un poliziotto è stato lasciato dalla sua ragazza e decide di aspettare un mese per vedere se c’è possibilità che lei cambi idea. Nel frattempo incontra in un bar una donna misteriosa, dalla parrucca bionda, che ha a che fare con la malavita locale. Nella seconda storia c’è un altro poliziotto che, dopo una storia d’amore finita male, viene avvicinato dalla giovane commessa di un chiosco, segretamente innamorata di lui. La ragazza, senza farsi notare, apporta dei miglioramenti alla vita di lui per rallegrarlo e farlo aprire nuovamente all’amore. Il film, specialmente la seconda parte, è di una bellezza rara, tra echi della futura Amelie di Jeunet e le atmosfere cupe di un certo cinema di genere tipicamente hongkonghese (aggettivo orribile, ma è questo). Impossibile non perdere la testa per la splendida Faye Wong (che tra l’altro è una celebre cantante pop cinese, nel film è proprio lei infatti a cantare la cover di “Dreams” dei Cranberries). Una curiosità: fu Quentin Tarantino a distribuire questo film negli Stati Uniti, dopo averlo scoperto al Festival di Stoccolma dove si era recato per presentare il suo “Pulp Fiction”. Recuperato su Mubi, da vedere e rivedere e rivedere ancora. Filmone.
“Quando un uomo piange basta un fazzoletto. Quando a piangere è una casa ti tocca fare un sacco di fatica”

A Quiet Place II (2020): Avevo un ottimo ricordo del primo film, anche quello diretto da John Krasinski. Ricordo la sala cinematografica immersa nel silenzio, partecipe ed empatica con i personaggi del film, alle prese con dei mostri ciechi ma dall’udito finissimo, che fanno a pezzi qualunque cosa emetta un minimo rumore. Il primo film era davvero bello, originale, pauroso. Sarebbe stato dunque un bene non rovinare quel bel ricordo con la visione di questo secondo film, chiaramente realizzato giusto per sfruttare il successo del primo. Poche idee, solita struttura e dopo un intero film così è un po’ stancante aspettare l’inciampo di turno che provoca rumore e quindi l’arrivo dei mostroni. Anche basta, dai.
“Perché siete venuti fino a qui, non c’è più nessuno”

L’Ultimo Spettacolo (1971): Quale migliore occasione della scomparsa di Peter Bogdanovich per omaggiare il regista rivedendo il più grande film che abbia mai realizzato? Siamo negli anni 50 in un paese immaginario del Texas: un gruppo di amici passa le giornate semplicemente passando il tempo, bighellonando tra il bar, il biliardo e il cinema locale, il tutto tra i primi pruriti sentimentali e sessuali. Un film di formazione che racconta perfettamente la quotidianità di un gruppo di ragazzi poco prima della chiamata alle armi (la guerra in Corea incombeva). Da segnalare un giovanissimo Jeff Bridges (oltre al suo amico che è praticamente il sosia di Zaniolo) e il fulminante esordio della sempre splendida Cybill Sheperd.
“Non ci sarà più molto da fare in città dopo che il cinema ha chiuso”

Il Grande Sonno (1946): Il capolavoro di Howard Hawks lo conoscevo a menadito, ma è stato splendido rivederlo ancora dopo aver finalmente letto l’arzigogolato (ma bellissimo) libro di Raymond Chandler. Il detective privato Philip Marlowe viene ingaggiato da un ricco generale, padre di due figlie molto indipendenti, per risolvere una faccenda di ricatti: sarà solo la punta dell’iceberg. Rispetto al riferimento letterario il film si basa molto di più, inevitabilmente, sul rapporto tra Humphrey Bogart e Lauren Bacall (la sua Vivian qui ha un ruolo molto più ampio) e oserei dire che la storia ci guadagna. Il Marlowe di Bogart resta comunque immortale, così come alcuni dialoghi, che sono dinamite pura. Film stratosferico.
“Non mi importa se i miei modi non le piacciono; in confidenza non piacciono neanche a me, ci piango su spesso, specialmente durante le lunghe sere d’inverno”

Masculin Féminin (1966): Mi rendo conto di non essere molto credibile quando dico di amare molto i film della Nouvelle Vague e aver però visto soltanto ora questo caposaldo dell’epoca firmato da Godard. In questo periodo il regista sposa le teorie marxiste e comincia a usare il cinema come mezzo per criticare la società dei consumi e la mercificazione dei rapporti umani, discostandosi dal suo fraterno collega Truffaut, la loro amicizia infatti comincerà a vacillare già a partire da questo film (per poi frantumarsi nel decennio seguente). Jean Pierre Leaud si innamora di una ragazza frivola e superficiale, figlia della società consumistica, che sogna di sfondare come cantante. Il film segue la malinconica e al tempo stesso nevrotica ricerca della realizzazione sentimentale da parte di un ragazzo evidentemente a disagio in un mondo che cerca solo di sfruttarlo. Il film è a suo modo bellissimo, molto godardiano nel suo essere poco lineare e spesso interrotto da scene totalmente slegate alla trama principale, ma sempre sorprendente nei dialoghi (spesso improvvisati) e nelle atmosfere.
“Guardami negli occhi. Se un giorno ti dicessi che potrei amarti, tu saresti felice?”

Il Bar delle Grandi Speranze (2021): Due anni fa, in pieno lockdown, ho letto “Open”, lo straordinario memoir di Agassi scritto (anche se non accreditato) dal premio Pulitzer J.R. Moehringer. Per curiosità sono andato a cercarmi gli altri libri dello stesso scrittore e mi sono imbattuto in questo romanzo autobiografico di cui mi sono profondamente innamorato (leggetelo, è davvero un libro magnifico!). Pochi giorni fa scopro per caso che è uscito su Prime Video il film tratto da questo libro, diretto da George Clooney e interpretato dal protagonista di “Ready Player One” e da un sorprendente Ben Affleck. Il giovane JR vive in un distretto di Long Island a casa dei nonni materni, con suo zio e sua madre. Suo padre li ha lasciati da tempo ed è solo una voce alla radio, dove lavora come dj. JR, grazie anche agli insegnamenti ricevuti nel bar dello zio, cresce in un ambiente che lo coccola costantemente, sognando di diventare scrittore. Il film è molto bello, probabilmente paga l’assenza di guizzi emotivi particolari, ma è comunque lineare, pienamente godibile, ben girato. Rispetto all’opera letteraria Clooney fa il grande errore di non restituire pienamente l’importanza centrale del bar, che qui diventa quasi uno dei tanti set del film e non il luogo chiave per l’educazione di JR (almeno così l’ho percepito) e anche i suoi avventori sono appena accennati, affidando alla crescita (umana, sentimentale e professionale) del protagonista la totalità del racconto. Bel film, da parte mia ha pagato il conto con le grandi aspettative che gli avevo riservato (errore grave ma involontario), è comunque da vedere.
“Chi fa schifo a scrivere diventa giornalista”

SERIE TV: L’anno nuovo comincia a razzo con il ritorno di una delle serie che più ho amato in questi ultimi anni, ovvero Cobra Kai. Questa quarta stagione segna un evidente calo dal punto di vista delle idee e alcune sottotrame cominciano a essere un po’ ridondanti (su tutte le risse private tra i/le giovani e la costante competizione). D’altro canto però ho amato molto il concetto che non c’è un insegnamento corretto, ma ogni stile racchiude in sé vantaggi e svantaggi. Tutto questo per dire che, nonostante tanti difetti e un finale non proprio esaltante, se potessi guarderei una nuova puntata ogni giorno per il resto della mia vita, dipendo completamente da Johnny Lawrence (ho sempre avuto un debole per i personaggi springsteeniani e lui lo è nell’anima). L’altra notizia è che ho finalmente finito, dopo 9 lunghe stagioni, la mitica sitcom Seinfeld: nelle ultime due/tre stagioni la serie perde sostanzialmente colpi, i personaggi diventano sempre più assurdi e a tratti anche insopportabili, ma è impossibile non amarli e sarà impossibile dimenticarli. Quello con Jerry Seinfeld, Elaine, Kramer e il mitico George Costanza è stato un viaggio davvero spassoso. E ora? Non amo molto guardare serie, anche se ho i miei appuntamenti con i fedelissimi che non posso mai mancare (Mrs. Maisel a febbraio, ad esempio). Ma quest’anno, più di tutti, ho un recupero fondamentale da fare, anche se conto di prendermela comoda. Quest’anno ho appuntamento con Tony Soprano.

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