Capitolo 329

Apriamo il capitolo con la triste notizia della scomparsa di Ivan Reitman, che quasi 40 anni fa ha dato forma ai nostri sogni realizzando uno dei più grandi capolavori di intrattenimento di sempre, splendidamente omaggiato lo scorso anno da suo figlio Jason. Dopo il doveroso omaggio al regista dei “Ghostbusters” passiamo ad un altro omaggio: quello alla grande Monica Vitti, della quale avevo colpevolmente visto pochi film, per cui mi sono dato da fare per recuperare una piccola parte della sua filmografia. 8 film in questo capitolo, oltre al classico punto sulle serie tv.

Il Dramma della Gelosia (1970): Ettore Scola dirige Monica Vitti, Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini in una sorta di “Jules e Jim” all’italiana (in realtà l’unico termine di paragone con il capolavoro di Truffaut è il triangolo amoroso e nulla più). Al centro del dramma del titolo c’è una donna innamorata di due uomini, una volta amici, che rivaleggiano per il cuore di Monica Vitti. Un “melodramma proletario” divertente anche quando sfocia nella critica sociale, reso imperdibile da un Mastroianni strepitoso (Palma d’oro a Cannes per lui). Dialogo finale indimenticabile. Trovate il film su Prime Video.
“Dottore, ma di che natura è il mio male? Ho avuto un trauma, sono sotto shock, è un disturbo neurovegetativo o è perché sono mignotta?”

La ragazza con la pistola (1968): Ancora Monica Vitti, stavolta diretta da Mario Monicelli. Inizialmente sono rimasto un po’ spiazzato, visto che le prime scene del film si svolgono nell’inconfondibile cornice di Polignano a Mare, che però nella storia è un paese siciliano (!). Stavolta Monica Vitti è una donna disonorata, costretta (non avendo parenti maschi in famiglia) a inseguire in Gran Bretagna l’uomo che l’ha svergognata per ucciderlo e così riabilitarsi agli occhi della chiusa società in cui è cresciuta. In Inghilterra, nella ricerca di quest’uomo sfuggente, ha modo di allargare i suoi orizzonti e di scoprire un modo di vivere totalmente diverso, senza però perdere di vista il suo piano iniziale. Divertente, leggero, retto totalmente sulle spalle di una Monica Vitti strepitosa. Candidato all’Oscar come miglior film straniero, trovate anche questo film su Prime.
“Ma come? Tu uomo, io donna, nessuno in casa… e tu look tv?”

The Constant Gardener (2005): Nel 2002 il nome del regista brasiliano Fernando Meirelles fa il giro del mondo, grazie allo straordinario successo di “City of God”, meraviglioso film su una favela di Rio de Janeiro. Tre anni dopo il regista approda in Inghilterra dove realizza un thriller politico tratto da un romanzo di John Le Carré. Ralph Fiennes è un diplomatico britannico di stanza in Africa Occidentale, sposato con un’attivista dal cuore d’oro, Rachel Weisz (che qui scala decine di posizioni nell’inesistente classifica delle donne di cui sono più innamorato). Quando la moglie, che stava indagando su una multinazionale farmaceutica, viene uccisa, Ralph Fiennes è deciso a tutto pur di portare a galla la verità. Il film è appassionante e coinvolgente, nonostante una fotografia orrenda e piuttosto didascalica (l’Africa a tinte gialle, Londra immersa nel blu più algido), se vi piacciono i thriller a sfondo politico è senz’altro un titolo imperdibile. 4 nomination agli Oscar, una statuetta (per quella meraviglia di Rachel Weisz come miglior attrice non protagonista). Si può vedere su Mubi.
“Adamo è stato il primo bozzetto di dio, ma la vera opera d’arte è Eva”

L’Avventura (1960): Sin dai tempi dell’università, dove questo film era materia di studio, ho sempre avuto timore di avvicinami alla cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni. Non ho mai avuto paura di film lenti o pesanti, nonostante ciò ho sempre tenuto a distanza questi tre film. L’addio a Monica Vitti mi ha convinto però a vedere uno dei film più importanti della sua filmografia, che alla fine si è rivelato tutt’altro che ostico, anche se non proprio una passeggiata di salute. Durante una gita in barca una donna (Lea Massari) sparisce improvvisamente da un’isolotto delle Eolie. I più impegnati nelle ricerche sono il suo compagno e la sua migliore amica (Monica Vitti, appunto), che giorno dopo giorno troveranno nel dolore della scomparsa un punto d’incontro, avvicinandosi sempre più, fino a che la reciproca attrazione prenderà il sopravvento sulla preoccupazione. Premio della Giuria è Cannes, è un film davvero notevole, a cui le splendide scenografie siciliane (Noto e Taormina, tra le altre) contribuiscono alla bellezza di alcune scene memorabili. Splendido il finale.
“Tutto sta diventando maledettamente facile, persino privarsi di un dolore”

Radio Mary (2017): Eccoci nuovamente su Mubi, con un film indipendente statunitense che purtroppo fa acqua da tutte le parti. L’idea di base non è neanche male: una ragazza, dopo un lieve contatto fisico in ascensore con un uomo misterioso, riesce a sentire i pensieri delle persone, come una sorta di radio vivente (da qui il titolo). L’uomo misterioso però torna ogni notte portando la ragazza su una strada di sangue. Le scene più efferate sono mascherate da luci colorate che sembrerebbero ridicole anche in un film di Maccio Capatonda, ma il problema del film, o almeno uno dei tanti, è la mancanza di ritmo nei dialoghi, nelle scene, con un gruppo di attori probabilmente uscito fuori da qualche mediocre corso di recitazione. Alcune trovate sono interessanti (i pensieri che ascolta la Mary del titolo sono scritti benissimo), ma è tutto talmente amatoriale che ti fa venir voglia di staccare al più presto. Per fortuna però dura poco, almeno questo.

Il Segreto dei Suoi Occhi (2009): Come molti lettori affezionati già sapranno, quello di Juan Josè Campanella, Oscar come miglior film straniero nel 2010, è senza alcun dubbio il mio film preferito di questo secolo (nonché uno dei film più presenti tra i capitoli di Una Vita da Cinefilo, presumo). Ho dovuto aspettare qualche anno per ritrovare la forza di vederlo, perché non ho idea come sia possibile, ma ogni volta questo film riesce a farmi a pezzettini, a scuotermi l’anima, a muovere così tante corde che neanche so di avere. Ricardo Darìn è un funzionario del tribunale di Buenos Aires che, una volta in pensione, decide di scrivere un romanzo sul caso di omicidio che venticinque anni prima gli ha sconvolto la vita, sia professionale che sentimentale. Il film racchiude in sé tutto lo straordinario potere del carattere argentino, capace di essere ironico e malinconico al tempo stesso, ed è stato uno dei motivi per cui, un anno e mezzo dopo averlo visto, sono salito su un volo per Buenos Aires senza avere in mano il biglietto di ritorno. Al di là della bellezza straziante della vicenda, tra i non detti e sguardi che parlano, la regia di Campanella è esaltante e trova il suo apice nel clamoroso pianosequenza realizzato nella scena dello stadio, durante la partita del Racing (una delle tante cose che ho fatto in Argentina è stata andare allo stadio a vedere una partita del Racing di Avellaneda, perché si sa, “Il Racing es pasion!”), una delle più belle scene viste negli ultimi vent’anni di cinema. Un capolavoro, in che altro modo volete chiamarlo? “Temo”.
“Quell’uomo può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la fidanzata, la religione, anche Dio, ma c’è una cosa che non può cambiare Benjamin, non può cambiare la passione”

Doctor Sleep (2019): Due ore e mezza di nulla cosmico. Il film di Mike Flanagan ha finalmente fatto contento Stephen King, che come è risaputo è totalmente insoddisfatto del film di Kubrick. Questo ci insegna che chi sa scrivere bene non è sempre altrettanto lucido nel giudicare altre opere. In questa specie di sequel di “Shining” (ma tremo anche solo all’idea di avvicinare questi due titoli) Danny Torrance ha le fattezze di Ewan McGregor, è adulto e vive un’esistenza piuttosto tormentata (e vorrei vedere, con quell’infanzia…). Entra in contatto con una bambina dotata di luccicanza, che deve sfuggire a una setta di “mostri” che rapiscono bambini dotati per “succhiare” via, tramite la tortura, tutto il loro potere (sic). Madonna, anche solo scrivere a grandi linee la trama mi fa sentire un profondo senso di disgusto, figuratevi a guardarlo per 150 minuti. Tutto il fascino misterioso dello “shining” qui è ridotto a mero superpotere grazie al quale si può viaggiare con la mente, apparire in altri luoghi e di tutto e di più. Aggiungiamoci una sparatoria totalmente buttata a cazzo, per non parlare dell’insensato ritorno all’Overlook Hotel, che in qualche modo dovevano far entrare nella sceneggiatura, pure se è talmente ingombrante che hanno dovuto forzare per bene la cosa. Un film di rara bruttezza: preferirei guardare in loop quei 7 minuti fatali di Roma-Juventus del mese scorso piuttosto che avere nuovamente a che fare con questa cazzata.
“Questi diavoli vuoti divoreranno ciò che luccica”

Spencer (2021): Pablo Larrain non sbaglia mai un film, ormai è assodato. Stavolta, dopo aver raccontato il dramma di Jackie Kennedy dopo l’assassinio di JFK, si butta in quel terreno delicato che risponde al nome di Diana Spencer, immaginando come devono esser stati i tre giorni della Famiglia Reale durante il Natale in cui Diana decise di divorziare da Carlo. Un dramma vestito (e la parola non è casuale) da thriller psicologico, tra inquietanti note jazz, visioni ansiogene e apparizioni notturne di regine decapitate (Anna Bolena). Il punto di rottura sembra costantemente dietro l’angolo, Larrain ti toglie il respiro facendo sentire la sua Diana (e noi che la guardiamo con empatia) in uno stato di perenne apnea. Kristen Stewart è impressionante, il modo in cui riesce a modulare la voce e a parlare come Lady D è incredibile, riesce a mostrarsi fragilissima e forte al tempo stesso, conquistandoci definitivamente nelle scene in cui è con i figli William e Harry. Il settore tecnico merita altresì lodi a profusione, dai costumi, al trucco, alle scenografie. Bellissimo film.
“In questa casa non c’è futuro, passato e presente sono la stessa cosa”

SERIE TV: In mezzo a tanti film, figuratevi se posso rinunciare a qualche episodio di serie tv da guardare prima di dormire. Cominciamo con Manifest: ho finito la terza e (per ora) ultima stagione ed è davvero diventato una cosa imbarazzante, ai limiti della decenza. È bruttissimo ma ormai vedrò anche la quarta stagione quando uscirà, perché ho questo problema che, una volta visti i primi episodi, finisco sempre ciò che inizio. L’idea di base era davvero splendida, poi però, inevitabilmente, hanno mandato tutto in vacca. Finita anche la settima di Brooklyn 99, una compagnia sempre piacevole e totalmente innocua, con i suoi 13 episodi da 20 minuti. Ormai il meglio di questa serie, che racconta le vicende più o meno poliziesche del fantomatico distretto 99 della polizia di Brooklyn, è bello che passato, ma ci si affeziona facilmente ai personaggi e così si aspetta ogni volta la nuova stagione per vederne l’evoluzione. L’ottava stagione sarà anche l’ultima e uscirà su Netflix ad agosto. Continua a ritmi blandi ma costanti il mio viaggio con I Soprano: dopo 8 episodi sono entrato definitivamente nel racconto e, per quanto sia ancora molto presto per dare un giudizio, mi sta piacendo molto. La regia è incredibilmente innovativa per un prodotto televisivo di fine anni 90, con inquadrature grandangolari dal basso e una cura tecnica assolutamente fuori dall’ordinario. Tra l’altro vedere Al Pacino in “Scarface” imitato da Little Steven, storico chitarrista di Bruce Springsteen, è esilarante quanto Toni Soprano che, una volta appurata l’origine italiana di un agente dell’FBI che sta perquisendo casa sua, gli dice, in perfetto italiano: “Ti faccio un culo così”, con tanto di gesto delle mani. Sono tante le espressioni in italiano buttate dentro i dialoghi (e sarebbe strano il contrario), una chicca per chi preferisce guardare la serie in lingua originale, con lo spettacolare accento italiano del New Jersey (checché ne dicano i mistificatori che preferiscono la versione doppiata). In tutto ciò non ho neanche il tempo di dedicarmi esclusivamente ai nostri italoamericani preferiti che tra due giorni esce la nuova e attesissima stagione di “Mrs Maisel”, che è forse la mia serie preferita tra quelle in attività: ho bisogno di giornate di 48 ore per vedere tutta la roba che vorrei.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Avevo l’impressione che Doctor Sleep fosse proprio una schifezza, tu me lo confermi. Adoro il film di Kubrick, King dovrebbe essergli grato per aver tratto un film così bello da un libro che certo un capolavoro non è (per non parlare del film che lui stesso ne ha voluto trarre, per carità).

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      Ahah sono d’accordo. Il libro di “Shining” anche per me fu una cocente delusione (così come il film voluto da King). Sul film di Kubrick invece non basterebbe un’ora per definirne la grandezza.

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