Capitolo 330

Aria di primavera e ultime gelate: c’è stato un po’ di tutto in queste ultime due settimane, compreso l’inizio di una guerra senza senso, che ha un po’ ridimensionato le nostre sciocchezze quotidiane, compreso questo scrivere quattro parole di cinema in libertà, questa cosa frivola di vedere compulsivamente film per fuggire dalla realtà e ripararci dietro quelle immagini in movimento, che riescono sempre a tirarci fuori dall’orrore di tutti i giorni. Se c’è qualcosa che può salvarci l’anima, forse è proprio la bellezza. E allora continuiamo a scrivere queste quattro parole in libertà, senza mai dimenticare ciò che succede fuori dalla porta di casa nostra. Buona lettura.

The Neighbors’ Window (2019): Su Youtube è possibile guardare gratuitamente il cortometraggio che ha vinto l’Oscar lo scorso anno. Dopo aver visto le nomination di quest’anno sono andato per curiosità a cercare il titolo del precedente vincitore e ho trovato un gioiello: il corto di Marshall Curry è ispirato ad una storia vera e parla di una normalissima famiglia americana (madre, padre, figli piccoli) che, un po’ per noia, un po’ per invidia, comincia a sbirciare dalla finestra di casa in quella dei dirimpettai, una coppia giovane, vitale, festaiola. Non aggiungo altro perché ve lo dovete guardare (se non capite l’inglese potete impostare i sottotitoli creati automaticamente da Youtube in italiano). Lo trovate qui.

Viaggio a Tokyo (1953): Confessioni di un cinefilo: la prima volta che ho guardato il capolavoro di Ozu ero all’università e mi sono malamente addormentato dopo neanche venti minuti. A causa di quella botta di sonno ho automaticamente deciso di bollare questo film senza dargli una seconda chance. Ora, a distanza di quasi vent’anni e grazie a Mubi, ho deciso che dovevo assolutamente vedere per bene “Viaggio a Tokyo” e per fortuna l’ho fatto, direi, perché è stupendo. La storia parla di una coppia di anziani genitori che dalla provincia si sposta a Tokyo per salutare i figli, talmente impegnati tra lavoro e cose personali da vedere l’arrivo dei parenti quasi come una seccatura. Curiosamente i due genitori troveranno invece una voce gentile e vicina nella vedova di un altro figlio, morto durante la guerra. La composizione dei piani delle immagini è una goduria assoluta, l’eleganza stilistica, la profondità delle inquadrature, oltre a una storia davvero emozionante, messa in scena con una bellezza che giustamente viene studiata all’università (tranne a quei poveri stronzi che si addormentano). Grande film.
“La vita è strana, tu sei stata molto più gentile dei nostri stessi figli. Te ne sono grato”

Un Grande Amore (1939): Dopo aver diretto i fratelli Marx e aver vinto un Oscar per la regia de “L’orribile verità” nel 1937, Leo McCarey si dedica a un film un po’ meno memorabile, nonostante le 6 nomination ottenute. Un noto dongiovanni e una cantante di night si incontrano durante un viaggio in crociera verso New York. Entrambi in procinto di sposarsi con due persone non presenti nel viaggio, l’incontro tra i due è inizialmente un diversivo per combattere la noia della traversata, ma ben presto diventerà qualcosa di più forte. Si lasciano con un patto: se in nome dell’amore vorranno rinunciare alla sicurezza di un matrimonio di convenienza, si rincontreranno dopo 6 mesi sulla cima dell’Empire State Building. Il film è meno sentimentale e romantico di quel che sembri e la sequenza del viaggio in crociera è davvero promettente, poi però McCary (notevole pianista) consegna alla musica un ruolo troppo centrale nel racconto. In breve: cantano troppo, pur non essendo un musical. Non è male e il finale è gratificante (ovviamente), ma mi ha lasciato piuttosto distante per tutti i suoi 87 minuti. Anche questo è su Mubi.
“Purtroppo le cose che ci piacciono sono tutte o illegali o immorali o ingrassanti”

Ogni Maledetta Domenica (1999): Visto il periodo di superbowl e anche il fatto di non aver mai visto questo film di domenica, ho deciso di cogliere il momento e riguardare, a distanza di un decennio, uno dei migliori film sportivi mai realizzati. Oliver Stone mette insieme un cast davvero notevole (Al Pacino, Cameron Diaz, James Woods, Matthew Modine, Dennis Quaid e molti altri) e racconta in due ore e mezza la parabola di due quarterback di una fantomatica squadra di Miami, uno ad un passo dal ritiro, l’altro astro nascente del football. Film grandioso, reso immortale dal celebre monologo di Al Pacino, poi citato e rivisitato in tutte le salse.
“O noi risorgiamo adesso, come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football, ragazzi, è tutto qui”

Diario di un ladro (1959): Nello stesso anno in cui Truffaut esordiva con “I 400 colpi”, vincendo Cannes e cambiando per sempre il cinema francese, Robert Bresson con il suo solito stile minimalista gira questo film psicologico, riprendendo il tema della redenzione di “Delitto e Castigo”, a cui si è dichiaratamente ispirato. Un borseggiatore viene arrestato fuori da un ippodromo ma immediatamente rilasciato per mancanza di prove. Senza alternative, viene dunque coinvolto nel giro dei borseggiatori professionisti, imparando così il mestiere. Martin LaSalle (sarà parente di Marie LaSalle di “Alta Fedeltà”?), al suo primo film, sembra un manichino dell’Oviesse (ma Bresson, maestro del minimalismo, amava proprio limitare al massimo la recitazione, semplicemente inserendo i suoi personaggi in un determinato contesto e lasciando che fosse lo spettatore a interpretarne lo stato d’animo). Gli scippi sono splendidamente coreografati e sono la parte migliore del film (esclusa la bellissima Marika Green, zia della più celebre Eva). Per il resto, pur riconoscendo il valore artistico del film, lo stile di Bresson è talmente freddo che ho dovuto accendere i termosifoni (e di questi tempi, signora mia, non è proprio il massimo). Lo trovate su Mubi.

Una Vita Difficile (1961): Ci sono certi film che, pure se li hai visti decine di volte, senti ogni tanto il bisogno di ritrovare ancora. Questo capolavoro di Dino Risi è probabilmente il mio film italiano preferito in assoluto (effettivamente sarebbe interessante uno spin-off di Film People dedicato solo ai film italiani), fa ridere moltissimo ma sa anche emozionarti come pochi, mentre sullo sfondo l’Italia cambia continuamente (dagli anni della resistenza al boom economico). Alberto Sordi è un giornalista finito a combattere con i partigiani nel nord Italia. Nei pressi del Lago di Como Lea Massari gli salva la vita e si innamora di lui. Dopo la guerra i due vanno a vivere (di stenti) a Roma, dove l’Italia sta per diventare una Repubblica e il boom è praticamente alle porte. Cosa fare dunque: mantenersi fedeli a se stessi e rinunciare agli agi di una vita da “servo” ben pagato o restare onestamente nella melma ma continuare a guardare le stelle? Sordi è in uno dei suoi ruoli più memorabili, che meriterebbe di esser visto anche solo per come improvvisa la scena sul lungomare di Viareggio in cui, ubriaco, sputa verso i pullman dei turisti tedeschi dicendogli che in Italia è tutto uno schifo. Altra scena cult: la cena a casa dei monarchici durante il referendum del ’46. Capolavoro assoluto.
“Dove mi volete portare a vivere? A Cantù Cermenate? Ma come, io vivo a Roma, vado a vivere a Cantù Cermenate?”

Undine (2020): Il regista tedesco Christian Petzold (di cui straconsiglio il bellissimo “La scelta di Barbara” del 2012 e anche l’ottimo “Il segreto del suo volto” del 2014) stavolta prende ispirazione nientepopodimeno che dalla mitologia germanica per raccontare una storia d’amore fuori dal comune. Le ondine, nel folklore locale, sono creature acquatiche senz’anima, che possono però guadagnarne una sposando un uomo mortale. Nel film Undine è invece una guida turistica che, poche ore dopo esser stata lasciata dal suo ragazzo, si innamora di un palombaro (praticamente il sosia tedesco di Joaquin Phoenix). La loro storia procede a gonfie vele finché un incidente non cambia totalmente le carte in tavola (non aggiungerei altro, dico solo che il film è molto meno banale di quanto possa sembrare dalla trama). Paula Beer, che interpreta Undine, ha vinto l’Orso d’Argento alla Berlinale come miglior attrice. Se avete voglia di una storia d’amore fuori dall’ordinario e dai risvolti fantastici, trovate questo film su Mubi.
“Se mi lascerai, lo sai che dovrò ucciderti”

Baghead (2008): Prendete i fratelli Duplass, tra i fondatori del movimento Mumblecore, e metteteci in uno dei loro primi film l’allora sconosciutissima Greta Gerwig, musa del cinema indipendente statunitense: otterrete una commedia horror da paura. Passato alla Festa del Cinema di Roma del 2008 tra gli applausi scroscianti degli studenti del Dams (compreso il sottoscritto), il film racconta la storia di quattro amici, tutti attori, che decidono di chiudersi qualche giorno in una casa tra i boschi della California per scrivere e girare un horror indipendente che permetterà alle loro carriere di svoltare. Quando cominciano a vedere un uomo con una borsa in testa aggirarsi nel bosco, capiscono che portare a termine la sceneggiatura sarà l’ultimo dei loro problemi. Acerbo, sporco, rozzo, ma è la bellezza di un tipo di cinema che, seppur con mezzi ridotti, sa premiare le idee. Greta Gerwig, spettinata e perennemente divertita, è la ciliegina sulla torta.

SERIE TV: Appena cominciata la seconda stagione dei Soprano, procede tutto a gonfie vele. Mi esprimerò in maniera più dettagliata quando mi inoltrerò in questa seconda parte della storia, ma tutto lascia presagire un racconto senza dubbio all’altezza della stagione precedente. La grande notizia di questi giorni è invece il ritorno della straordinaria Mrs Maisel, appena approdata su Prime con la quarta stagione: forse è vero quel che si dice, cioè che il meglio sia passato, ma a me continua a piacere moltissimo, inoltre alcuni nuovi risvolti potrebbero davvero contribuire a mantenere la Signora Maisel nel novero delle migliori serie contemporanee. Va segnalata, nei primi episodi di questa quarta stagione, la presenza di Jason Alexander, ovvero il mitico George Costanza di “Seinfeld”. Cambiamo totalmente argomento e passiamo a Get Back, miniserie documentaria di Peter Jackson che segue i Beatles per 21 giorni durante la lavorazione e la creazione dell’album “Let it be” e la pianificazione del loro primo concerto dopo 3 anni. Sono tre episodi da circa due ore e mezza ciascuno (!) e sono arrivato quasi alla fine del secondo: vorrei che non finisse mai! Si tratta di un documento storico di livello assoluto, sembra di sbirciare dal buco della serratura il lavoro di una delle band più influenti della storia della musica durante la realizzazione di un album meraviglioso. Scopriamo così come sono nate canzoni meravigliose come “Get Back” o “Don’t Let Me Down” (e molte altre), diventiamo testimoni della frustrazione di George Harrison, della presenza ossessiva di Yoko Ono, quasi simbiotica nei confronti di John Lennon, della grandezza assoluta di un artista come Paul McCartney, vero leader della band, della simpatia e della pacatezza di Ringo Starr e di tantissimo altro, fino al celebre Rooftop Concert, che sarà quasi certamente il centro della terza puntata. Sto godendo, non ci sono interviste come in un documentario classico, ci sono semplicemente delle macchine da presa che riprendono e i Beatles che compongono, provano, parlano, fanno battute, giocano, litigano, scherzano, lavorano e, in una parola, creano. Pura bellezza. Una cosa meravigliosa.

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