Recensione “Alcarràs” (2022)

Il film vincitore dell’Orso d’Oro quest’anno parla catalano e raccoglie a piene mani dai ricordi della regista Carla Simón, cresciuta nel piccolo paese della Catalogna che dà il titolo al film, lo stesso dove la sua famiglia coltiva pesche. “Alcarràs” è autentico, vivace, a tratti documentaristico: è evidente che la regista sappia di cosa parla, perché in ogni strato, in ogni sotto trama, resta sempre misurato, mai sopra le righe né ricattatorio, definitivamente sincero. La sua forza è proprio nel racconto, ovvero di come le tante e diverse generazioni della famiglia allargata al centro della vicenda si muovano e reagiscano di fronte all’imminente fine della loro attività famigliare: da nonno Rogelio (forse il personaggio più bello del film), dallo sguardo sempre diretto al passato, per cui la burocrazia ai suoi tempi era rappresentata dalla parola d’onore e magari da una stretta di mano, agli adulti (fratelli, sorelle, cognati) perennemente indaffarati, intenti a far quadrare il cerchio, a vivere il presente con la mente proiettata al futuro e a quel che sarà il loro destino. Dagli adolescenti, costretti a crescere in fretta per aiutare la famiglia, ma pieni di pulsioni e voglia di vivere anche oltre il confine degli alberi di pesche, fino ai bambini, un gruppo di cugine e cuginetti monelli come è giusto che sia a quell’età, per i quali non esiste né futuro, né passato, solo il presente, con i suoi giochi e le sue fantasticherie.

La famiglia Solé vive da decenni di agricoltura, grazie al raccolto di campi che le è stato concesso di coltivare in segno di gratitudine sin dai tempi della guerra civile. Quei campi però appartengono ad un’altra famiglia, che non è interessata a mantenere la promessa fatta dai suoi padri e che ora vuole sradicare i peschi dei Solé per installare sul terreno pannelli solari. Alla fine dell’estate, dopo l’ultimo raccolto, la famiglia dovrà dunque lasciare quella terra alla quale ha dedicato ogni goccia di sudore da oltre tre generazioni. I Solé dunque si riuniscono per affrontare la tempesta, ma il futuro, con il peso dell’incertezza, mina l’unità di questo gruppo di persone, in cui ogni componente sembra occupato a cercare il suo posto all’interno della crisi.

“Alcarràs” è dunque un dramma corale che, attraverso la vita di una famiglia catalana, racconta un universo, quello agricolo, che sta rapidamente scomparendo. Quello del contadino è il mestiere più antico, oggi però l’agricoltura tradizionale sembra costretta a lasciare spazio all’industria agricola, per cui intere famiglie di coltivatori, incapaci di reggere il confronto con la cultura del profitto, sono costrette a lasciare i propri terreni e le proprie case per cercare impieghi più redditizi. La bellezza del film di Carla Simón è che tutto questo viene suggerito in maniera naturale, senza appesantire il racconto con una storia di denuncia sociale (a parte la scena, forse eccessiva, della manifestazione, che piacerà comunque a Ken Loach), ma lasciando in sottofondo questa traccia universale che però, inevitabilmente, esiste e avvertiamo a più riprese durante la visione. Oltre quindi alla vita famigliare, “Alcarràs” riesce a delineare bene la lentezza della vita di paese, con i suoi riti sociali (la sfida del porrón) e folkloristici (i tradizionali balli dei diavoli durante la festa di Sant Joan). Un film che si muove in direzioni spesso differenti, ma che riesce costantemente a ricondurre i suoi personaggi verso la terra che si trova sotto i suoi piedi. In un periodo di cinema letteralmente invasi da effetti speciali digitali e supereroi in pigiama, film come “Alcarràs” sono piacevoli come il ricordo di un’estate intensa che sembra finita troppo presto.

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