Capitolo 333

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Le ultime due settimane sono state parecchio intense, tra lavoro, feste pasquali, il sempre meraviglioso 25 aprile, varie ed eventuali. Stasera mi aspetta una semifinale europea e vi lascio queste parole stamattina nel caso più tardi dovessi schiattare per la troppa gioia o per la immensa delusione. Si tratta di un capitolo pieno di rewatch (soltanto due film sono stati delle novità assolute, per me), contenente poliziotti onesti, crisi coniugali, lotta di classe, baccelli alieni, eutanasia e moltissimo altro.

Serpico (1973): Tempo fa ho trovato in un mercatino la biografia di Frank Serpico scritta da Peter Maas. Conoscevo bene il film di Sidney Lumet e ho pensato che sarebbe stato interessante approfondire la storia vera di questo integerrimo agente di polizia. Va da sé che dopo aver finito il libro era inevitabile rivedere il film, che non vedevo da molti anni, e che era stato tratto proprio da quel libro. La storia immagino la sappiate, a proposito del giro di mazzette all’interno dei distretti di polizia di New York alla fine degli anni 60, una corruzione che Serpico ha tentato di combattere e denunciare in ogni modo, trovandosi però sempre di fronte a un muro di omertà e, spesso, anche di ostilità. Un hippy del Greenwich Village con le fattezze di Al Pacino (oltre a quelle di un amico che certamente leggerà queste righe!) e dal cuore colmo di onestà e rettitudine. Un film intenso, girato come sempre in maniera clamorosa dal grande Lumet (che solo due anni dopo avrebbe riproposto Pacino nel magnifico “Dog Day Afternoon”). Una curiosità: siccome la storia aveva bisogno di mostrare la continua crescita di capelli e di barba di Serpico, ogni scena è stata girata in ordine inverso: Al Pacino, lasciatosi crescere barba e capelli prima dell’inizio delle riprese, iniziò recitando le scene finali (quelle in cui aveva barba e capelli più lunghi), proseguendo via via con quelle sempre più vicine all’inizio del film.
“E questa a chi va? Al poliziotto onesto? O al povero fesso che s’è fatto sparare in faccia? Se la mettano in culo, glielo dica pure”

Frances Ha (2012): Ci sono certi film che ti si appiccicano addosso appena visti e non riesci più a scrollarteli di dosso. Inevitabilmente, dopo alcuni lassi di tempo, hai bisogno di tornarci. La Frances di Greta Gerwig mi è entrata nell’anima quasi dieci anni fa e non se ne è più andata: personificazione della precarietà, goffa, buffa, un po’ svitata e infinitamente piacevole. Baumbach, senza apparire mai pretenzioso, firma una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, delle montagne russe della precarietà, di una way of life che in qualche modo ci appartiene e che in pochi riescono davvero ad inquadrare. Se avessi abbastanza talento, soldi, tempo e cose di questo genere, “Frances Ha” è il film che avrei voluto girare io. Da segnalare la presenza di un giovane Adam Driver e di Michael Zegen (il marito di Mrs. Maisel, per capirci). Nel suo genere, un capolavoro.
“Sono troppo alta per sposarmi”

Kramer contro Kramer (1979): Alzi la mano chi sapeva che il regista Robert Benton soltanto un anno prima di dirigere questo film aveva scritto la sceneggiatura del mitico “Superman” di Richard Donner. Beh io l’ho scoperto ora. Il film, tratto da un racconto di Avery Corman, venne inizialmente pensato come sequel de “Il Laureato”, con la storia di Benjamin ed Elaine dieci anni dopo e il collasso del loro matrimonio. La regia fu dunque proposta a Truffaut, che però rifiutò. Quindi toccò allo sceneggiatore Benton il compito di dirigere il film, tuttavia Dustin Hoffman non era convinto della prima stesura e stravolse completamente la storia (accantonando così la faccenda del sequel). Il resto è leggenda: 5 Oscar da favola (film, regia, attore, attrice, sceneggiatura), 9 nomination totali, incluso Dustin Hoffman che parla male di John Cazale (compagno di Meryl Streep morto l’anno prima) per ottenere dall’allora giovane attrice le giuste emozioni per il suo personaggio. Film pazzesco.
“Voglio mamma” “Hai solo me!”

Tamara Drewe (2010): Stephen Frears si è conquistato da tempo il mio rispetto per aver girato uno dei miei cult assoluti (ovviamente “Alta Fedeltà”), quindi ogni volta che ne ho modo recupero qualcosa della sua filmografia. Quando ho visto che sul catalogo Mubi era stato inserito “Tamara Drewe” mi è sembrato doveroso dargli una chance: il film, ispirato al romanzo del 1874 “Via dalla pazza folla”, racconta la storia di una giornalista londinese che, in seguito alla morte della madre, torna nel paesino di campagna dove è cresciuta con l’intenzione di vendere la casa materna. Il suo arrivo sconvolge i labili equilibri della comunità, soprattutto perché la ragazza che molti anni addietro aveva lasciato la cittadina era un brutto anatroccolo mentre adesso è una donna splendida e decisamente attraente. Il film è godibile, scende piacevolmente come una spremuta d’arancia in una calda mattina di primavera e se volete passare una serata senza grande impegno è più che sufficiente.
“Adoro il tuo nuovo naso” “In realtà non è nuovo, solo più piccolo”

Parasite (2019): Il clamoroso successo di Bong Joon-ho è uno di quei film che non si possono vedere soltanto una volta. In due ore ci sono tante di quelle cose che meritavano davvero di essere approfondite. L’ho amato dopo la prima visione e l’ho amato ancora di più ora che l’ho rivisto. Mi sentivo un po’ bimbominkia perché dopo ogni scena mi veniva da esclamare a voce alta “che genio”, oppure “che capolavoro”, fino al più classico “che cazzo di film pazzesco”. Tutto valido, tutto vero, non pensavo mi sarebbe piaciuto addirittura di più alla seconda volta e invece ero là, incollato allo schermo, a godermi ogni minima sfumatura: è un film assolutamente geniale di cui inoltre, non conoscendo tante cose di come è strutturata la società sudcoreana, perdiamo senza dubbio svariati dettagli. Regia, attori, sceneggiatura, fotografia, scenografia, montaggio: non c’è una sola cosa che non funzioni in maniera straordinaria. So che è un termine inflazionato, ma lo devo proprio dire: è un capolavoro.
“Sai che tipo di piano non fallisce mai? Non aver mai alcun tipo di piano, neanche l’ombra. Sai perché? Se elabori un piano, la vita non va mai nel verso che vuoi tu”

American Honey (2016): Di Andrea Arnold conoscevo solo “Red Road”, un film bellissimo, vincitore del premio della giuria a Cannes nel 2006. Dieci anni dopo la regista britannica torna a Cannes con questo film e vince nuovamente lo stesso premio, non è un caso. La giovane Star lascia la famiglia e si unisce ad un gruppo di ragazzi e ragazze che girano il Midwest vendendo abbonamenti a riviste porta a porta. Con loro vive esperienze al limite della legalità e trova un qualcosa di simile all’amore in uno dei compagni di viaggio, ovvero Shia LaBeouf. Il road movie ha sempre un suo fascino incredibile, quello che riesce a farti sentire perfettamente i suoni, gli odori e i sentimenti che si possono avvertire lungo la strada sono poi i migliori. Variazione sul tema del sogno americano, della provincia stelle e strisce, raccontata attraverso gli occhi di un gruppo di adolescenti che vivono al limite della precarietà (dormono quasi ogni notte in un motel diverso), pieni di sogni che, forse, non si realizzeranno, tra una canzone di Springsteen e una di Rihanna. Bello, è su Prime Video.
“La conosco questa” “Il Boss. io amo il Boss!”

L’invasione degli Ultracorpi (1956): Cult indimenticabile di Don Siegel, girato con un budget irrisorio e praticamente senza alcun effetto speciale (fa strano immaginarlo, visto che in quello stesso periodo a Hollywood si mettevano in piedi produzioni enormi come “Guerra e Pace” o “I dieci comandamenti”), ma che il tempo ha etichettato come uno dei più grandi film di fantascienza di sempre. In una cittadina della California un dottore riceve una serie di pazienti che affermano con convinzione che le persone che vivono in casa con loro non sono i propri famigliari ma impostori dall’aspetto identico. Sembrerebbe un’isteria di gruppo, ma la coincidenza è notevole e il dottore comincia ad indagare fino a scoprire una verità inquietante. Il film di Siegel, alla cui sceneggiatura ha collaborato anche un giovane Sam Peckinpah (al suo primo impiego nel cinema), riesce ad essere convincente in ogni momento e a coinvolgere lo spettatore dal primo all’ultimo minuto. Inevitabile vedere nel film una lettura politica: gli invasori vengono definiti individui “tutti uguali”, incapaci di provare amore ed emozioni e dove “anche il tuo vicino di casa può non essere chi dice di essere”: il riferimento alla propaganda anticomunista generata dal maccartismo è immediato, anche se gli autori hanno subito respinto ogni ipotesi a riguardo, affermando che non hanno mai pensato a nessun simbolismo politico, ma solo a raccontare un’abulica concezione della vita. Bellissimo come sempre, è su Prime.
“Niente amore, nessun sentimento, solo l’istinto di conservazione: non potete amare né essere amati, vero?” “Lo dici come se fosse una mostruosità, ma non lo è affatto. Sei stato innamorato altre volte. Ma non è durato. Non dura mai. Amore, desiderio, ambizione, fede: senza tutto questo la vita è molto più semplice”

Le Invasioni Barbariche (2003): Non vedevo questo film canadese premio Oscar dai tempi in cui è uscito e devo ammettere che non lo ricordavo così bello. Un professore di storia ha un tumore ed è ricoverato in ospedale. Il figlio, che vive a Londra e con cui non ha più grandi rapporti, viene al capezzale del padre e vedendo in che condizioni versa, riunisce intorno al genitori amici di vecchia data ed ex amanti, cercando di rendergli più sopportabile il tempo che gli resta. Il tema centrale della pellicola è l’eutanasia, in cui la morte fisica degli individui fa da contraltare al morire delle ideologie, dei progetti utopici, delle religioni e del sistema economico fondato su liberismo e capitalismo. Divertente, profondo, scritto benissimo e, nonostante il tema delicato, non è mai ricattatorio. La voce sensuale di Françoise Hardy, sulle note de “L’amitié”, completa il quadro. Bellissimo, non a caso il film di Denys Arcand è stato scelto ben due volte come film della vita dai partecipanti al progetto Film People.
“Vuol sapere come sarà il suo inferno? Sarà rinchiuso con tutte le donne che ha sedotto e costretto ad ascoltarle per tutta l’eternità”

SERIE TV: Continua la mia fase quasi totalmente priva di serie tv. Unica eccezione sono i 50 minuti settimanali con l’ultima stagione di Better Call Saul che, per il momento, è di una bellezza incredible. Si stanno finalmente unendo, piano piano, i fili con la serie “ammiraglia” di questo universo che ormai è parte integrante dell’immaginario di molti di noi. Per il resto, se di serie si può parlare, sto rivedendo durante i pasti tutte le puntate del cartone animato Hurricane Polimar (è su Prime!), che è sempre stato uno dei miei preferiti: anche oggi continua ad essere divertente nella sua semplicità, ottima compagnia tra una cacio e pepe e un’insalata. La prossima settimana ripartirò con I Soprano, che mi stanno mancando: la terza stagione è qui che mi aspetta, ne parleremo nel prossimo capitolo (sempre se supero la serata).

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Guglielmo Latini ha detto:

    Su “oltre a quelle di un amico che certamente leggerà queste righe” ho provato un immenso moto di ilarità mista a gratitudine 😄👏

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    1. AlessioT ha detto:

      Ahah il Serpico di via Prenestina

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Ciao! Anche io adoro L’Invasione degli Ultracorpi, mi è piaciuto davvero tanto ed è senza dubbio una pietra miliare della storia della fantascienza. Le Invasioni Barbariche lo avevo visto quando è uscito e mi era piaciuto così tanto che l’ho acquistato in vhs (!), conseguentemente non lo rivedo da secoli ma ricordo quanto mi fosse piaciuto.

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    1. AlessioT ha detto:

      Due splendidi film!

      "Mi piace"

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