Recensione “Elvis” (2022)

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Troppo lungo, troppo veloce, tutto troppo. Il massimalismo di Baz Luhrmann tiene in ostaggio lo spettatore per 160 minuti salvo poi cercare di abbindolarlo con l’ottimo finale strappa-applausi. Un film sadico, irrefrenabile, basato sul rapporto tra un manipolatore professionista e un ragazzo ingenuo, estremizzato e allungato all’inverosimile, almeno finché entrambi non diventano stanchi o tristi, o entrambe le cose. Luhrmann strapazza il Re del Rock and Roll, costringendo lo spettatore a sorbirsi un videoclip di oltre due ore e mezza, senza una sosta, senza un vero e proprio approfondimento, cercando di distrarre chi guarda con le sue immagini sgargianti, con un montaggio che non si sofferma più di 2 secondi sulla stessa inquadratura (ripeto: per due ore e mezza!), cercando di mettere 40 anni di vita di una delle più grandi icone della storia della cultura pop dentro una centrifuga di immagini e suoni che altro non è se non una giostra senza cuore.

Come suggerito da qualcuno, il titolo più giusto per questo film sarebbe stato “Baz”, perché il regista, seppur probabilmente in buona fede in questo modo tutto suo di omaggiare il Re, sfrutta l’iconografia di Elvis in modo totalmente egoistico, mettendo in mostra – ma questo è un tratto distintivo del suo cinema – più se stesso che il personaggio che intende raccontare. Che Luhrmann abbia una dolorosa dipendenza nei confronti dell’eccesso è piuttosto evidente, ma è triste se a farne le spese è un mito come Elvis Presley, saccheggiato e usato come semplice burattino dall’anca mobile (una telefonata a James Mangold per chiedere consigli su come fare un bellissimo biopic musicale non avrebbe guastato). Tuttavia non mancano le note positive: raccontare come anche il più iconoclasta dei miti musicali abbia in realtà sofferto il controllo di un uomo più scaltro di lui è decisamente interessante, così come la scelta di vedere Elvis schiacciato tra le pareti di un’America che da un lato spinge verso la libertà, dall’altra censura tutto ciò che un minimo fuori dal “normale”. Se il film ha dei momenti di grande interesse è proprio nella contrapposizione tra questi due mondi in cui il protagonista è costretto a divincolarsi, una trama purtroppo, come tutto il resto del film, poco approfondita e scalfita solo in superficie, che se invece indagata con maggiore azzardo avrebbe potuto conferire alla storia qualcosa di davvero grande.

Insomma, questo film ne azzecca davvero poche: volendo mostrare troppo, alla fine non racconta pressoché nulla, girando vorticosamente su se stesso, sin dall’inizio su un letto d’ospedale è tutto un enorme caleidoscopio di sequenze luccicanti, una roulette che gira, gira, gira e mette in mostra il suo potenziale solo nei rari momenti in cui rallenta (troppo rari, ahinoi). Sicuramente non mancherà chi riuscirà ad amare questo film: il carrozzone colorato di Luhrmann è come un giro al Luna Park, dove si avventura soprattutto chi ama una rapida botta di divertimento a portata di mano, inoltre l’interpretazione di Austin Butler è sorprendente, va oltre il mimetismo e conferisce credibilità al suo personaggio, nonostante Lurhmann lo abbia svuotato di ogni emozione. La musica, ovviamente stupenda, galleggia nel film in un infinito tappeto musicale, come se uscisse da una radio impazzita, finendo per non appartenere né all’artista né ai suoi adoranti fan, ma solo per permettere al montaggio di sovrapporre titoli di giornali, date, insegne colorate, luci della ribalta (anche qui, una telefonata a Mangold sarebbe stata utile): in un momento Elvis è al mitologico Ed Sullivan Show (la stessa sera in cui il piccolo Bruce Springsteen, vedendolo, decise di diventare musicista), quello dopo alle prese con la censura dei repubblicani, poi c’è la questione razziale, quindi Elvis è con la mamma, quello dopo ancora con l’esercito, quello dopo ancora con la futura moglie Priscilla, in un altro ancora viene nominata la celebre Graceland (ah, hanno trovato il tempo di ricordarla!), poi muore la mamma, poi succedono altre 800 cose nel giro di cinque minuti. Elvis non dà mai l’impressione di attraversare la storia statunitense, piuttosto si trova davanti alla tv quando qualcosa succede (l’uccisione di Martin Luther King, quella di Bob Kennedy…).

Se il meglio di Baz Luhrmann era emerso quando il regista si è trovato alle prese con amori impossibili (“Romeo + Juliet”, l’eccelso “Moulin Rouge” e il meno riuscito ma comunque godibile “Il Grande Gatsby”), dove si è potuta usare la carica romantica come motore principale del film, il materiale umano sul quale si basa invece la leggenda di Presley è totalmente fuori dalle corde del regista australiano, che non riesce ad andare oltre un juke box di canzoni e di immagini in cui Elvis è al cospetto del regista e mai, mai, mai una volta il contrario. Il Re del Rock and Roll meritava sicuramente una narrazione migliore, peccato.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Non amo, in genere, i biopic, e non mi stupisce pensare che Baz, tanto bravo a raccontare favole (io adoro Moulin Rouge), non sia altrettanto bravo a narrare la realtà, anche se è una realtà che della favola ha molti aspetti. Solo a leggere il tuo pezzo già mi sento girare la testa per il ritmo frenetico, forse non fa proprio per me.

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