Recensione “Babysitter”

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Impossibile vedere “Babysitter” di Monia Chokri senza pensare alle molestie subite lo scorso anno in diretta tv dalla giornalista Greta Beccaglia e constatare come la misoginia sia un problema universale. Questo è infatti il tema portante di questa pazza commedia proveniente dal Quebec, dove nell’incipit facciamo la conoscenza del maschio alfa Cedric, intento a seguire un sanguinosissimo match di MMA, mentre i suoi occhi vagano sulle forme delle donne sedute davanti a lui, in una scena dal montaggio frenetico, costituita da primissimi piani e dettagli ravvicinati su occhi, bocche, mozziconi, natiche e quant’altro. Spinto dall’adrenalina e dalla sua tossica mascolinità, Cedric fuori dal palazzetto stampa un bacio sulla guancia di una giornalista che sta raccontando l’evento in diretta tv, entrando così nelle case di tutti i canadesi e perdendo inevitabilmente (ma temporaneamente) il lavoro. Tutto questo in una magnifica scena di pochi minuti in cui davvero ci sembra di sentire la puzza di alcol e di sudore, che avrei adorato vedere su grande schermo.

Cedric, incalzato dal fratello femminista, che lo ha praticamente denunciato sul suo giornale con un articolo che non lascia scampo, decide di scrivere una serie di lettere di scuse nei confronti delle donne, una collezione che vorrebbe poi raccogliere in un libro-verità in cui l’uomo tenterà di scavare nella sua mentalità sessista con risultati involontariamente ridicoli. In tutto ciò, mentre i due fratelli collaborano e provano a mettere da parte l’auto-indulgenza in un perenne j’accuse nei confronti di se stessi, la moglie di Cedric (interpretata dalla stessa regista) è depressa nel suo ruolo di neo-madre e di annoiata donna medio-borghese e cerca di sfuggire alla sua vita rifugiandosi spesso in un motel dove prova a rilassarsi ascoltando altre coppie fare sesso. A mettere in crisi il già labile equilibrio della casa entra in gioco anche una giovane babysitter disinibita e ingenua, pronta a fare qualunque cosa pur di compiacere il prossimo.

Con queste premesse potete già capire come “Babysitter” sia un film dal dinamismo accecante, svitato all’inverosimile, con personaggi da cartone animato: lo stesso Cedric, che ad un certo punto non sa più dove posare lo sguardo per timore di infierire sulle donne che lo circondano, ha la tragicomica mimica di un Willy il Coyote che non può che risvegliare l’empatia e la pietà di chi lo osserva, nei suoi modi impacciati e nella sua nuova consapevolezza. Ed è proprio il linguaggio visivo di Chokri, che piazza seni in primissimo piano con gli occhi di Cedric sullo sfondo, a creare l’arco narrativo ideale per questi personaggi in cerca di se stessi, in una farsa dai modi un po’ teatrali (il film è tratto appunto da una piece), originale e divertente. Se da un lato la coppia di protagonisti maschili ruba il fiato in una serie di logorroici scambi che tengono chi guarda incatenato allo schermo, dall’altra, quando in scena c’è la povera moglie il film diventa quasi ipnotico, misterioso, favolistico (aggettivo non casuale, vista anche la scelta dei costumi, ad un certo punto), sostituendo il suo dinamismo e la frenesia con immagini che farebbero il gioco di un regista di thriller e horror psicologici.

Volontariamente fuori tempo dopo il #MeToo su cui tanto il cinema degli ultimi anni si è soffermato, “Babysitter” si muove, pienamente a suo agio, tra uomini confusi e donne sempre più consapevoli di se stesse, tuffandosi a bomba nella selezione del Sundance di quest’anno e adesso nel catalogo distributivo di Mubi (che potete provare gratuitamente per un mese cliccando su questo link: Prova Mubi). Uomini, siete pronti a fare i conti con la vostra misoginia (latente o manifesta che sia)? Comunque vada, vi farete qualche sana risata.

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