“Better Call Saul”, tra Morte e Resurrezione

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Una settimana fa mezzo mondo era incollato allo schermo per vedere l’ultima straordinaria puntata di uno show che, soprattutto in quest’ultima stagione, ha rasentato la perfezione sotto ogni punto di vista. Perché “Better Call Saul” quest’anno non è stata solo una serie tv, ma un manuale di eccellenza artistica, narrativa e tecnica. Ci è voluta una settimana per ordinare le idee e trovare le parole a corollario di un finale di quelli che restano impressi a lungo nella memoria, di quelli che, mentre gli occhi si velano, ti fa pensare: “ce ne vorrebbero di più di emozioni così”. L’articolo proseguirà ora con una serie indefinita di spoiler sull’ultima stagione, quindi se non avete visto l’ultima puntata e non volete rovinarvi la sorpresa (vi prego, non fatelo), evitate di leggere quanto segue. Dopo la foto di Gene, cioè Saul, anzi Jimmy, si entra in piena zona spoiler.

L’ultima stagione di “Better Call Saul” è una storia di morti e resurrezioni: morti, inevitabili, alcune anche intuibili, vista la non presenza di alcuni personaggi chiave nella serie ammiraglia “Breaking Bad”, ma anche sorprendenti, se pensiamo al destino del povero Howard Hamlin. Anche resurrezioni però, perché a fronte di tante morti (Nacho, Lalo, il già citato Howard e quant’altri), ritroviamo anche qualcuno che pensavamo non avremmo mai più rivisto: Walter White, ovviamente (a parte Gus Fring e Mike), ma soprattutto Jimmy McGill. “Mi chiamo McGill” sono infatti le ultime parole di Saul Goodman, che di fatto muore in un’aula di tribunale (e dove se no?) per lasciare spazio alla resurrezione del suo io profondo, del suo lato chiaro, di Jimmy appunto. Ed è così che, nell’oscurità di un finale di certo non lieto, ma gratificante, c’è spazio per un raggio di luce, perché è proprio nella sua chiusura che “Better Call Saul” propone una ripartenza, dando nuovi significati all’ombra della sua stessa luce: è proprio ora che Jimmy è tornato McGill, che può nascere la leggenda di Saul Goodman (esemplare in tal senso la scena sul furgone della polizia, dove i detenuti inneggiano a Saul, alimentando il mito del personaggio e contemporaneamente impedendone la “morte”: anche se Saul Goodman non esiste più, non sarà mai dimenticato).

Inoltre, che cos’è “Better Call Saul” se non una straordinaria (letteralmente: fuori dall’ordinario) storia d’amore? Lo show di Vince Gilligan e Peter Gould ci regala infatti una delle più immense co-protagoniste mai viste in una serie tv: Kim Wrexler, se possibile un personaggio ancora migliore dello stesso Saul Goodman. Saul infatti, come “Breaking Bad” ci ha mostrato, ha riempito tutti i vuoti della sua vita: è ricco, professionalmente realizzato (a suo modo), in pace con il suo passato (non ha alcun rimpianto, come dimostra l’ennesimo bellissimo dialogo finale, stavolta con Walter White) e non sembra aver bisogno di nulla più. In realtà, e questo lo capiamo da “Better Call Saul”, il grande vuoto della sua vita è stato lasciato da Kim ed è per pulirsi la coscienza di fronte a lei che il nostro smette i panni di Saul Goodman, confessa il confessabile, e si redime se non nei confronti della società (cos’è un ergastolo in confronto alle vite che ha contribuito a spezzare?), agli occhi dell’unica persona in grado di leggerlo, di capirlo, di vedere oltre la patina dell’avvocato sporco, del truffatore, del criminale. I decenni di carcere (il resto della sua vita) sono quindi una punizione adeguata, se il premio permette a Jimmy di reclamare un piccolo pezzo di ciò a cui ha dovuto rinunciare per anni: Kim. Nella mostruosa (per livello di scrittura, ma anche di recitazione) sequenza finale, entrambi trovano la loro personale resurrezione. Jimmy può tornare a parlare con Kim, fumandosi una sigaretta come se fossero nel parcheggio della HHM (come nel primo episodio della prima stagione), parlando con leggerezza di una condanna a vita come se stessero commentando il risultato di una partita o la trama di un film. Kim al tempo stesso fa pace con i suoi demoni, ritrovando per un momento la sicurezza alla quale ci aveva abituati, lasciandoci però ancora intravedere le cicatrici di oltre un lustro di disperazione e senso di colpa (e qui il merito va alla immensa interpretazione di Rhea Seehorn, vera rivelazione dello show).

L’ultimo momento di Jimmy e Kim insieme è quindi un ultimo calcio alla solitudine, quella a cui i due personaggi sono destinati, che già si comincia a percepire in quella geniale inquadratura in cui li troviamo agli estremi dello schermo, con due reti e un corridoio di neve nel mezzo. Che ne sarà di Jimmy è piuttosto facile immaginarlo, è uno che sa cavarsela sempre, che ne sarà di Kim è invece una storia che mi piacerebbe conoscere. Il gesto finale delle pistole, che Jimmy prende in prestito proprio da Kim (finale della penultima stagione, che prelude al cambio di marcia di Kim, al suo personale “breaking bad”), è un ultimo momento di complicità, il commiato di un uomo, che dalla vita ha avuto tutto, all’unica persona che non avrebbe mai voluto perdere. L’inquadratura conclusiva ci mostra ancora Jimmy in piedi dietro alla rete, che indugia, mentre osserva Kim uscire dal carcere e molto probabilmente, ancora una volta, dalla sua vita. Dunque Saul Gone (“Saul è morto”, come recita il titolo originale dell’ultimo episodio, che gioca sulla pronuncia “It’s all gone”, cioè “è tutto finito”), ma resta il ricordo di una delle più grandi serie tv di tutti i tempi.

BETTER!
…CALL!
…SAUL!

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