Festa del Cinema di Roma 2022 – Parte V

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Mercoledì 19 Ottobre. Pochi minuti fa è scoccata la mezzanotte. Sono appena tornato a casa a scrivere il diario di oggi dopo essere uscito di qui alle 7.45 stamattina. Non sono mai stato bravo in matematica ma credo proprio di esser stato fuori casa per oltre 15 ore oggi. Sono passato poco fa dal Pangocciolaio a Ostiense, che ancora si ricorda di me dai tempi dell’università, e ho preso un paio di cornetti per la colazione di domani. Mi sono perso qualcosa oggi, ho come l’impressione che il mondo abbia continuato a girare per tutti tranne che per me. Sono stanco, tuttavia insisto nel prolungare questa introduzione, quando la cosa più saggia da fare sarebbe parlare dei film che ho visto oggi e poi mettermi a dormire. Ho bisogno di tornare indietro a stamattina: vai col flashback.

Arrivo all’Auditorium intorno alle 8.40, insoddisfatto per non essere riuscito a prenotare un posto per la proiezione del film vincitore di Cannes, “Triangle of Sadness”, che è andato esaurito in pochissimo tempo. Sarò ben lieto di andare però al cinema per supportare il lavoro di Dan Friedkin, il mio produttore preferito (nonché presidente della AS Roma), da spettatore pagante. Ad ogni modo venerdì vedrò però “Amsterdam” di David O. Russell e questo mi risolleva un po’ il morale del mattino. Alle 9 sono seduto in Petrassi per guardare Lola, che non è una canzone dei Kinks, bensì un buon mockumentary del regista Andrew Legge, al suo debutto. Il film ci invita a credere che le immagini proiettate siano bobine ritrovate nella cantina di una vecchia villa inglese: ci vuole poco però a capire che si tratta di un falso documentario. Due sorelle inventano un curioso macchinario che può captare onde radio e televisive dal futuro: la Seconda Guerra Mondiale bussa alle porte dell’Inghilterra, ma loro ascoltano Bowie e si innamorano di Bob Dylan. Quando scoprono dei futuri bombardamenti tedeschi ai danni del popolo inglese si ingegnano per allertare i connazionali e salvarli da morte certa. “L’angelo di Portobello” diventa ben presto la voce più amata dagli inglesi, se non fosse che quando si cambia la storia si rischia di cambiare tutto il futuro (e di far sparire per sempre David Bowie, doh!). Il film è originale, si basa su un’idea solida, interessantissima (un “what if” portato all’estremo), nonostante ciò nell’ultima parte sembra sedersi un po’ troppo sulla direzione presa dalla storia e si perde qua e là per strada. Poco male, perché il film è davvero ben fatto.

Alle 10.30 sono già al MAXXI per il nuovo film di un regista che amo molto, Fatih Akin, che quest’anno si presenta a Roma con Rheingold, la vera storia di un celebre gangsta-rapper di origine curda, Xatar, che dal ghetto di Bonn dove i suoi genitori si sono rifugiati per sfuggire alla rivoluzione khomeinista in Iran. Il film percorre la vita del protagonista Giwar dall’infanzia al successo, attraverso i suoi trascorsi criminali sia da adolescente che da adulto, dove finisce per rapinare un furgone pieno d’oro. Akin ha una sensibilità importante, i suoi film riescono sempre a colpire nel segno, nonostante siano sempre molto diversi tra loro. Qui racconta un vero universo, che non è solo quello hip-hop, concentrandosi su una famiglia di rifugiati e sulle direzioni che la vita prende, nonostante la cultura, l’educazione, ma soprattutto le proprie radici. Incontrare Fatih Akin in conferenza stampa è stato inoltre un grande piacere, mi ha dato l’impressione di essere una gran bella persona e questo si percepisce anche dal valore della sua filmografia. Dopo l’incontro con la stampa è stato bello vedere il regista turco passeggiare per le aree dell’Auditorium indisturbato, come se fosse un appassionato qualunque e non uno dei più interessanti registi europei della sua generazione.

Sono da poco passate le 14 e ho la bellezza di 6 ore e mezza da riempire fino a stasera. Dopo essermi soffermato un’oretta sui gradoni della Cavea a contemplare il mondo e a immergermi nei miei pensieri, decido di salire in Sala Sinopoli alle 16 dove ci sarà una proiezione totalmente libera del capolavoro di Marjane Satrapi del 2007, Persepolis. Il film l’ho già visto un paio di volte (e ho pure letto l’eccellente graphic novel), ma ho usato questa proiezione come pretesto per passare il tempo e schiacciare anche un pisolino, visto che la notte scorsa una zanzara ha deciso di ridurre ulteriormente le mie ore di riposo. Il piano funziona alla grande, mi riposo e mi rivedo alcune splendide scene del film, quindi a fine proiezione sale sul palco la stessa Marjane Satrapi (presidente di giuria della Festa) per rispondere alle domande del pubblico, soprattutto a proposito della bruciante attualità del suo film di quindici anni fa e appunto della recente questione iraniana.

Com’è, come non è, sono già le 18.20: il tempo è volato. Il buio è calato sull’Auditorium e le luci della sera si sono improvvisamente accese. Incontro un vecchio compagno d’università e scambio due chiacchiere con lui, ricordando i tempi in cui alla stessa ora le aree della Festa pullulavano di gente, appassionati, ragazzine urlanti, vip in cerca di visibilità: ora invece c’è un deserto piuttosto desolante, gruppi sparuti di amici seduti al bar in attesa di vedere un film e qualche tipo strambo che gira avanti e indietro (un po’ come ho fatto io nelle ore precedenti). Mi allontano un momento per mangiare una pizza e mi imbatto in Kim Rossi Stuart che fa jogging, dopodiché l’ora è arrivata, è giunto il momento di The Fabelmans, il nuovo film di Steven Spielberg. Diciamolo subito: è bellissimo, non ci sono dubbi. La storia, più o meno autobiografica, racconta la scoperta del cinema da parte di un bambino ebreo del New Jersey e la conseguente passione per le immagini in movimento, che accompagnerà il ragazzo per tutta l’adolescenza. Nel mezzo c’è una famiglia costantemente con la valigia in mano, i classici problemi liceali (a conferma che o i film amano raccontare il bullismo scolastico, oppure negli Stati Uniti sono davvero inguaiati forte) e la scoperta di un talento, incoraggiato dalla mamma musicista, in parte osteggiato dal papà ingegnere. Inoltre c’è un cameo di David Lynch nei panni di John Ford che merita da solo il prezzo del biglietto che pagherete per andare a vedere l’ennesimo grande film di Spielberg (“un orizzonte basso è interessante, un orizzonte alto è interessante, un orizzonte al centro è noioso!”). Una cosa: smettetela per favore di chiamarlo dappertutto “zio Steven”, lui probabilmente ignora la vostra esistenza e, soprattutto, non è vostro parente.

Non mi dilungo oltre e spero che non me ne vogliate. Domani per fortuna (e per scelta) la sveglia suona con calma alle 9. C’è tempo per recuperare, prima di incontrare James Gray. A domani.

Fatih Akin (foto AT)

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