Recensione “Gli Spiriti dell’Isola” (“The Banshees of Inisherin”, 2022)


Quando c’è di mezzo Martin McDonagh, c’è di mezzo la genialità. Unico drammaturgo, insieme ad un certo William Shakespeare, a vedere a 27 anni quattro suoi spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West End di Londra, il regista britannico ha saputo rendere credibili e indimenticabili due criminali in cerca di pace a Bruges, uno sceneggiatore in crisi inseguito da un gangster, una madre che usa enormi manifesti pubblicitari per dare una scossa alla polizia locale. Stavolta McDonagh ci porta indietro di cent’anni, dal Missouri del film precedente a questa fantomatica isoletta irlandese, la Inisherin del titolo originale, dove in un villaggio di poche anime due migliori amici si ritrovano improvvisamente ai ferri corti. In una grande città quando un tuo conoscente o un vecchio amico decide che non gli vai più a genio semplicemente smette di farsi sentire, di chiamarti, di volerti vedere. Piano piano esce dalla tua vita e il vostro rapporto si riduce ad un incontro casuale o al massimo a qualche like sui social network. Ma cosa succede se si vogliono interrompere i rapporti con un amico che non puoi fare a meno di vedere e di evitare? La risposta a questa domanda, semplice ma fondamentale, è il seme di un film meraviglioso, sorprendente, emozionante, che quasi vorresti non finisse mai.

Mentre in lontananza rimbombano le cannonate della guerra civile irlandese, guerra che nel film non si vede ma si fa sentire, gli abitanti dell’isoletta di Inisherin si sentono quasi al sicuro nella monotonia delle loro giornate, in attesa che finiscano le ostilità. Una routine fatta di pascoli e di chiacchiere al pub del villaggio, unico punto di ritrovo, oltre alla chiesa, per i pochi abitanti del posto, tra cui il gentile ma sempliciotto Padraic e il riflessivo e risentito violinista Colm. La loro amicizia si interrompe bruscamente per decisione di quest’ultimo, in apparenza senza un reale motivo. La situazione, giorno dopo giorno, degenera, con Colm che non intende frequentare più il suo vecchio amico e Padraic che invece cerca disperatamente di recuperare il rapporto.

Da un’idea così semplice, un film così bello, pieno di solitudine e malinconia, ma ricco anche dell’ironia beffarda e quasi assurda alla quale McDonagh ci ha sempre abituati. Con un occhio alla tradizione popolare irlandese, accennata nel titolo originale (le Banshee erano fate che, attraverso un lamento triste, avvertivano l’arrivo della morte), il film ci avvolge tra le nuvole di un cielo quasi perennemente grigio, le onde di un mare spesso agitato, i fili d’erba costantemente accarezzati dal vento. Una tragicommedia dove la disperazione esistenziale tra chi non vuole più sprecare un minuto della sua vita e chi invece non vuole rassegnarsi alla solitudine si snoda come una scazzottata psicologica, in un’escalation di rappresaglie da far impallidire la guerra civile che percepiamo dall’altra parte del mare. Assurdamente beffardo, tragicamente ironico, infinitamente dolce: uno dei migliori film dell’anno.

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