Recensione “Babylon” (2022)

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Mentre scrivo queste righe ho ancora il terrore di girarmi e trovarmi di fronte a un altro finale di Babylon: non sono sicuro che sia veramente finito. Damien Chazelle infatti naufraga in questo film-fiume di 188 minuti perdendosi in una sfilza continua di finali, mettendoci tutto il cuore possibile nelle pur tenere intenzioni, risultando però didascalico, grottesco, in fin dei conti vuoto, infarcito di metafore banali all’inverosimile (ha davvero voluto sottolineare la morte del cinema muto in questo modo?). L’acclamato regista di Whiplash e soprattutto di La La Land, dopo aver fatto scattare un primo allarme con il discreto Il Primo Uomo, stavolta floppa malamente, costringendo lo spettatore ad assistere al supplizio di un regista che, come tanti prima e meglio di lui, vuole realizzare la sua perfetta (nelle intenzioni) dichiarazione d’amore al cinema. Il problema è che, almeno in questo caso, sembra davvero un amore non corrisposto.

Eppure le premesse erano incoraggianti: Babylon infatti si apre nell’estasi orgiastica e sfarzosa di una festa che sembra un tango tra Baz Luhrmann e The Wolf of Wall Street, fino alla splendida atmosfera dei set cinematografici, dove tra urla, confusione e un tramonto che non aspetta nessuno, si crea la magia del cinema (muto). Improvvisamente però nei film hollywoodiani irrompe il sonoro e niente sarà più come prima: la seconda parte del film è infatti un enorme requiem all’epoca del muto ed è qui che la scrittura diventa tortuosa, la messa in scena senza più idee, il film si attorciglia su se stesso, come il serpente a sonagli decapitato che vedremo a un certo punto della storia. Semplicemente, Babylon a un certo punto, finita la festa e urlato l’ultimo “Cut!”, non sa più dove andare, l’energia si scarica tutta insieme, mentre Chazelle cerca disperatamente di dare colpi di gomito allo spettatore per far sì che non si perda il concetto al quale sembra tenere più di ogni altro: il cinema non muore mai. Il problema è che, nel frattempo, mentre il regista si aggrappa con tutte le forze al cuore delle sue idee, siamo già morti noi. Di noia.

“Più grande è il sogno e più alto è il prezzo”, recita il claim nel trailer del film: quasi un triste riferimento allo spettacolare spreco di budget messo in piedi da questo sfarzoso e, in fin dei conti, innocuo sonnifero di oltre tre ore, dal quale si salvano a malapena Brad Pitt e, non completamente, l’ennesima Margot Robbie sopra le righe. Se è vero che Babilonia, nell’accezione biblica, è una metafora di ciò che assomma in sé tutto quello che è negativo della natura umana, possiamo anche dire che Babylon assomma in sé molto di quello che è sbagliato nei blockbuster di oggi: enormi contenitori, più veloci, più colorati, più ricchi, dove una volta scalfita la superficie c’è il silenzio assordante del nulla.

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